Temiamo Merkel e Macron che portano doni

La maggioranza esulta all’intesa raggiunta tra Emmanuel Macron e Angela Merkel per dare forma al progetto, finora abbastanza fumoso, del Recovery fund. Il patto franco-germanico prevede la creazione di un fondo da 500 miliardi di euro a sostegno delle spese di bilancio delle Ue per i settori e le regioni maggiormente colpiti dalla pandemia. La novità è che sarà la Commissione europea ad accedere ai mercati per finanziare il Fondo e, nel contempo, a decidere volumi e scadenze della restituzione a cui saranno chiamati tutti i Paesi dell’Unione, a prescindere dalle dimensioni dei benefici che singolarmente avranno ricevuto. Sarà un capitolo di spesa extra Quadro finanziario programmatico (QFP) 2021–2027. Sono queste le informazioni che hanno reso euforici gli esponenti di Governo. Come bambini ipnotizzati dalla vetrina di un negozio di dolciumi, Giuseppe Conte e soci non stanno nella pelle pregustando il fruscio dei 100 miliardi che danno per scontato finiranno in mani italiane sotto forma di finanziamenti e non più di prestiti che andrebbero a ingrossare lo straripante debito pubblico. Peccato che tale entusiasmo non riesca a contagiare anche noi. Non si tratta di dirne male per partito preso, ma qualche dubbio lo abbiamo.

Per cominciare, un suggerimento: i documenti bisognerebbe leggerli fino all’ultima riga. Probabilmente la claque del Conte bis non si è premurata di farlo, accontentandosi, ai fini della propaganda, di annunciare al popolo che Pantalone è stato trovato e da domani pioveranno euro sulla testa degli italiani. È vero che sul Recovery fund, se si dovesse realizzare per come è stato definito nel testo dell’accordo, si compirebbe una rivoluzione di senso dell’Unione europea. L’idea di una mutualizzazione del rischio per debiti contratti nell’interesse degli Stati membri bisognosi di aiuti finanziari era semplicemente inimmaginabile fino a qualche mese fa. In realtà, il principio di solidarietà finanziaria continua ad essere un tabù per molti Stati, dall’Olanda all’Austria, passando per Danimarca e Svezia che di aiuti economici non vogliono sentire parlare ma solo di prestiti, se del caso e con molte condizionalità. Ma questo è un aspetto sul quale torneremo a tempo debito.

Il cuore dell’accordo è nella premessa del documento dove è testualmente scritto: “Noi, Francia e Germania, siamo pienamente impegnati a far fronte alle nostre responsabilità nei confronti dell’Ue e contribuiremo ad aprire la strada per uscire dalla crisi”. Che tradotto significa: “È giunto il momento di dare noi al resto dell’Unione l’indirizzo strategico sul quale costruire il futuro comunitario”. Se non è questa una rivendicazione di leadership, le somiglia molto. È nostra opinione che il processo di assoggettamento di tutta l’Unione all’asse di potere franco-germanico, tracciato per grandi linee con il Trattato di Aquisgrana, firmato da Francia e Germania il 22 gennaio 2019, abbia trovato nell’emergenza determinatasi con l’esplosione della pandemia un’ottima occasione per venire allo scoperto. “Timeo Danaos et dona ferentes”, temo i greci quando portano doni. Sono le parole che Virgilio fa dire, nell’Eneide, a Laocoonte per distogliere i troiani dall’accettare il regalo del cavallo dai nemici. L’espressione pare sia tornata attuale. Un tempo, gli Stati fondatori della Comunità europea avrebbero discusso insieme su un accordo di portata strategica.

Oggi in 25 capitali sono state notificate le decisioni prese da due leader che evidentemente sentono di essere i padroni del vapore. Nessuna comunità può funzionare, neppure un condominio abitativo, se due condomini si arrogano il diritto di decidere per gli altri. Ancora una volta si parte col piede sbagliato. Anche perché il documento concordato non parla solo di Recovery fund. Nella visione strategica dei due leader c’è una riscrittura del sistema economico europeo che non tranquillizza affatto. I denari, eventualmente erogati dalla Commissione, saranno vincolati a investimenti nella transizione ambientale, nelle tecnologie e nell’innovazione. In pratica, non sarà il singolo Stato a scegliere dove indirizzare le risorse messe a disposizione dall’Ue, ma sarà Bruxelles a farlo.

Che accadrà ai nostri ceti produttivi tradizionali? Nel testo dell’Accordo franco-germanico si prevede di sviluppare una sovranità sanitaria strategica in seno all’Ue che allinei tutti i modelli sanitari nazionali al medesimo paradigma; di potenziare gli obiettivi di riduzione delle emissioni nel 2030 anche attraverso l’istituzione “per ciascun settore (di) una tabella di marcia per la ripresa verde, compresi, se del caso, obiettivi e / o condizionalità climatici e ambientali”. Sulla ripresa economica: “assicurare un rapido ritorno a un mercato interno pienamente funzionante e approfondirlo ulteriormente con una nuova tabella di marcia per creare un mercato pienamente integrato in settori chiave (in particolare digitale, energia, mercati dei capitali) con tappe chiare e un programma legislativo accelerato”. Detti così sembrano commendevoli proponimenti. Ma, messi in pratica, si traducono in altrettanti atti di forza per condizionare l’autonoma vocazione produttiva dei singoli Paesi Ue. Da tempo è noto che, riguardo alla “riconversione verde” del nostro apparato industriale, per sue peculiari caratteristiche, i tempi non possono essere gli stessi di altri Paesi.

Con l’arma di ricatto dei finanziamenti viene tolta al singolo Stato ogni capacità di difesa degli interessi nazionali. Per decenni siamo scampati alla “sovietizzazione” delle nostre economie e ai suoi famigerati “piani quinquennali” per ritrovarci, nel terzo millennio, a sottostare a eurocrazie che non solo ci scrivono le regole ma da domani ci diranno anche cosa produrre, e come. L’economia italiana si fonda su un sistema di micro e piccole imprese che per dimensioni strutturali e organizzative sono uniche nel panorama produttivo continentale. Dovremo aspettarci che da Bruxelles qualcuno ci comunichi che il Made in Italy non va più bene perché non performante rispetto agli obiettivi comunitari e in nome dell’omologazione al paradigma unico comunitario dovremo cancellare secoli di manifattura e di produzioni artigianali d’eccellenza? Ci sono cose scritte nel documento che inquietano per la loro sospetta ambiguità, del tipo: “La forte integrazione nel mercato unico è garanzia del nostro benessere. Il riavvio dell’economia europea e l’adattamento alle sfide del futuro richiedono un’economia resiliente e sovrana e una base industriale nonché un forte mercato unico”.

Che vuol dire? Sovranità europea o carolingia? Il nostro apparato industriale sarà destinato ad essere “l’indotto” di qualcun altro? “Forte integrazione” è sinonimo di perdita d’identità? E “mercato unico” si legge “pensiero economico unico”? Sono dubbi che volentieri gireremmo ai nostri governanti se non fosse che loro sono abbacinati dal miraggio dei tanti denari che arriveranno. I polli non si sono accorti che quei denari non saranno gratuiti. Chi li prende dovrà sottoporsi a un controllo stretto delle autorità centrali che ne sorveglieranno il percorso di risanamento dei conti pubblici. Nel testo è scritto: “Questo sostegno alla ripresa integra gli sforzi nazionali e il pacchetto concordato dall’Eurogruppo e si baserà su un chiaro impegno degli Stati membri a seguire politiche economiche sane e un ambizioso programma di riforme”.

E chi stabilisce cosa sia “sano”? I padroni del vapore? Non prendiamoci in giro, con lo zuccherino degli aiuti europei Francia e Germania provano a mettere la cavezza agli Stati di contorno del mosaico Ue, Italia in testa. Si dirà: è solo una proposta che avvia un lungo negoziato. Vero, ma la domanda a cui occorrerà rispondere è: giudichiamo il Conte bis in grado di guidare il nostro Paese nella madre di tutte le battaglie di libertà?