E meno male che è una repubblica parlamentare!

Il paradosso di una repubblica parlamentare senza Parlamento rende evidenti tutti i limiti della nostra architettura costituzionale. La fonte normativa, che, in questi giorni bui, non ha ristretto, bensì annullato la libertà dei cittadini, era sconosciuta ai più fino a poche settimane fa. Il famigerato DPCM (Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri) era noto solo agli addetti ai lavori, mentre il popolo “sovrano” aveva fatto il callo al DL (Decreto Legge) al D.L.vo (Decreto Legislativo) e al DPR (Decreto del Presidente della Repubblica).

Insomma gli italiani erano già adusi alle fonti normative in D (decreti) e sapevano che in un modo o nell’altro il Parlamento controllava codesta D, oggi scoprono che esiste una D senza alcun controllo parlamentare. Ora che il Parlamento non c’è più, il Presidente del Consiglio prende le sue decisioni in meditabonda solitudine e firma decreti; il Presidente della Repubblica, abituato a controfirmare, questa volta mette a riposo la sua mano destra. C’è un piccolo particolare: né colui che firma, né colui che abitualmente controfirma gli atti di governo, è stato eletto dal popolo; mentre il Parlamento eletto dal popolo se ne sta a casa. Quanto sia “sovrano” questo popolo Dio solo lo sa.

Domanda dell’ingenuo: visto che abbiamo due consoli – Presidente del Consiglio dei Ministri e Presidente della Repubblica – l’uno firmatario, l’altro abituale controfirmatario e oggi solo “osservatore” di provvedimenti che sospendono la democrazia e annullano le libertà costituzionali, entrambi non eletti, non sarebbe meglio che uno dei due fosse eletto dal popolo sovrano, giusto per rispettare almeno la parvenza della democrazia?

La questione che pongo non è se sia necessario e opportuno prendere misure restrittive della libertà personale tanto pesanti, sia pure temporanee e in condizioni innegabili di emergenza; bensì un’altra: se l’emergenza non metta forse a nudo una debolezza intrinseca e strutturale della nostra vacillante democrazia. È in condizioni di stress che emergono i pregi e i difetti di qualsivoglia organizzazione umana; se essa non vince la prova dello stress, bisogna cambiarne i meccanismi. In fondo, l’emergenza di oggi non esclude quella di domani. E se oggi, di fronte all’emergenza, il nostro assetto costituzionale traballa, ciò significa infine che la “costituzione più bella del mondo” deve essere profondamente riveduta.

È da mo’ - direbbero i romani - che la “centralità” del Parlamento nella nostra scombicchierata democrazia parlamentare non c’è più; se mai ci sia stata. Basta osservare che il 99% delle norme regolatrici della nostra convivenza ha origine nel procedimento di decretazione; anche le poche fonti normative, che hanno la forma giuridica delle leggi approvate dal Parlamento, consistono in verità nella conversione di decreti. E il controfirmante Presidente, politicamente irresponsabile, appone la sua augusta sottoscrizione ai testi normativi pensati ed elaborati dall’Amministrazione, non certo dal Parlamento. Cosicché la potestà legislativa, formalmente in capo al Parlamento, nei fatti viene esercitata dai gabinetti amministrativi, non eletti e politicamente irresponsabili (quanto il Presidente della Repubblica, se non di più). È tempo allora di porre rimedio a siffatta anomalia, durevole e strutturale, che va ben oltre l’emergenza e tuttavia resa evidente dall’emergenza.

Almeno uno dei due consoli deve essere eletto dal popolo, perché sussista, non solo la forma, ma anche la sostanza della democrazia, ossia la sovranità dell’elettore. O viene eletto colui che firma, come nella repubblica presidenziale americana; o viene eletto colui che “controfirma”, come nella repubblica semipresidenziale francese. Il potere decisionale o almeno codecisionale deve essere di origine elettiva, quanto il potere di controllo e indirizzo politico esercitato dal Parlamento.