Italia-Ue: radiogramma di un filo ragnato

In Italia cresce la preoccupazione per il dopo-Coronavirus. L’unica certezza condivisa da tutte le forze politiche è che per fare ripartire il ciclo economico occorrerà un’iniezione senza precedenti di risorsa finanziaria, alle imprese e alle famiglie.

Dovrà essere l’Europa ad aprire i rubinetti della liquidità. Almeno nelle intenzioni, i vertici della Commissione europea si dicono pronti a intervenire. Ma i denari ricevuti in prestito andranno restituiti. Sul punto le opinioni divergono e fanno capolino antichi pregiudizi. I più scettici sono i cosiddetti Paesi del fronte del Nord, custodi della linea dell’austerity nella tenuta dei conti pubblici degli Stati membri, decisi a far valere più stringenti regole per la concessione di prestiti. Vi è poi una questione, nient’affatto secondaria, che attiene agli strumenti di garanzia del credito. Le forze d’opposizione italiane guarderebbero con favore agli Eurobond. In alternativa, la ripresa potenziata del Quantitative easing sarebbe giudicata una soluzione praticabile. Di là dalla scelta degli strumenti più idonei a garantire il flusso di liquidità necessario per la ripresa, l’obiettivo sul quale ci si focalizza è il decisivo passaggio a una visione olistica delle problematiche interne all’Unione europea. Quale migliore prova di unità di destino se non quella dell’assunzione solidale delle garanzie per i debiti contratti dai singoli Paesi membri? Sarebbe un passo storico verso l’unità politica dell’Europa. Forse un passo troppo audace per alcuni Stati dell’Ue, ostici verso forme travestite di condivisione dei rischi su partite debitorie aperte dai singoli Stati. Il governo demo-penta-renziano, strutturalmente portato a non scontentare la volontà dell’establishment comunitario, sarebbe spinto a privilegiare approcci più soft alla questione, del tipo: richiesta al Meccanismo europeo di Stabilità (Mes) per ottenere la copertura dell’extra deficit sulle misure straordinarie da implementare nel dopo-Coronavirus. Peccato però che il meccanismo del Fondo salva-Stati obblighi i Paesi richiedenti ad accettare in contropartita degli aiuti un serie di condizionalità fortemente penalizzanti della libertà di spesa del debitore.

Al momento, il premier e il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri punterebbero su una proposta che potrebbe essere battezzata: della botte piena e moglie ubriaca. Cosa vorrebbero? Che i partner europei autorizzassero l’accesso al Mes senza condizionalità. Il che è utopistico. In primo luogo, perché terremoterebbe il valore di mercato dei titoli del nostro debito sovrano. In forza del Trattato che lo istituisce, il Fondo è un creditore privilegiato, alla stregua del Fondo monetario internazionale. Ciò significa che il debito contratto con il Mes verrebbe classificato senior, con l’automatica trasformazione del resto dei titoli circolanti in junior. E chi li comprerebbe più alle aste o sul mercato secondario? Di questo ne è consapevole il duo Giuseppe Conte/Roberto Gualtieri. I due potrebbero aver puntato su un falso bersaglio per sondare la reazione degli interlocutori prima di avviare il negoziato vero e proprio. La prima risposta all’operazione di carotaggio effettuata presso gli omologhi europei non si è fatta attendere: niente credito senza condizionalità stringenti. A questo punto il Governo italiano non ha altra scelta: deve trovare il coraggio, compito assai arduo, di far comprendere agli interlocutori europei che non si è nel quadro di una normale trattativa tra un aspirante debitore che chiede un prestito e un attento creditore restio a concederlo. Sul tappeto c’è la sopravvivenza di un qualcosa che dal nostro punto di vista è già un ectoplasma: l’Unione europea.

Non è che servisse la pandemia per comprendere che millenni di egoismi, rivalità, guerre abbiano segnato nel profondo la coscienza di comunità nazionali nemiche che da meno un settantennio si scoprono, e non tutte allo stesso momento, affratellate in ragione di una convenzionale identità di destino irreversibile. C’è una differenza di visione del mondo tra il Nord e il Sud dell’Europa che nessun Trattato o Regolamento comunitario potrà mai estinguere per decretazione. Quando nel marzo 2017, l’allora presidente dell’Eurogruppo, l’olandese Jeroen Dijsselbloem, in un’intervista rilasciata al quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung, ebbe a dire dei Paesi meridionali dell’Eurozona: “Non puoi spendere tutti soldi per alcol e donne e poi chiedere aiuto”, non si trattò di una frase dal sen fuggita ad un cretino, ma dell’eruzione cutanea di un pensiero carsico che attraversa da qualche secolo la cultura nordeuropea e che sfocia nelle teorie politiche che attribuiscono una valenza pedagogica all’estensione d’influenza dei Paesi settentrionali sul resto del Vecchio Continente.

Ora, non sappiamo come finirà il negoziato a Bruxelles. Siamo consci invece che una soluzione andrà trovata a pena della fine del sogno europeo. Tuttavia, ci sia consentito di stigmatizzare l’approccio pedante dei rappresentanti dei Paesi del Nord alla particolarità italiana. Sorprende, in proposito, che l’Olanda perseveri in un atteggiamento arrogante verso l’Italia che, non va dimenticato, è un contributore netto dell’Unione europea, non da ieri ma già dagli inizi del secolo. Il nostro Paese cede alle politiche comunitarie risorsa che ha favorito lo sviluppo e l’uscita dalla miseria di intere aree dell’Unione, in particolare dell’Est e della fascia Nord-orientale. Eppure la percezione è che l’Italia sia vista come il parente spendaccione, la pecora nera della famiglia, irredimibile. Si tratta di una lettura menzognera della realtà. L’Italia non ha mai fatto ricorso al Mes e non ha mai chiesto di ristrutturare il suo debito pubblico. I creditori sanno bene che le cedole staccate per gli interessi maturati sui Titoli di Stato vengono puntualmente onorate alla scadenza.

Eppure, Paesi come l’Olanda alzano il sopracciglio al cospetto delle problematiche di bilancio italiane, come se fossero quelle di un cattivo pagatore. Non dovrebbero, perché, pur con molti limiti, rispetto alla grande maggioranza degli Stati dell’Ue, l’Italia resta un colosso alla prese con dei pigmei. Siamo la seconda manifattura europea, l’ottava potenza economica mondiale. “A fine 2017 la ricchezza netta delle famiglie italiane è stata pari a 9.743 miliardi di euro, 8 volte il loro reddito disponibile” (Fonte: Bankitalia). Siamo, dopo Stati Uniti, tra le nazioni che dispiegano il più alto numero di contingenti militari nei teatri bellici internazionali per operazioni di peacekeeping. In base ai dati 2016, l’Olanda che oggi ci giudica conferisce al bilancio comunitario una quota che è circa il 30 per cento di quella versata dall’Italia (4,343 miliardi di euro contro 13,940 miliardi di euro). L’Olanda, secondo una ricerca dell’Ifo Institute di Monaco, ne ricaverebbe un beneficio pari a 45 miliardi di euro grazie al mercato unico, contro i 40 miliardi di beneficio attribuiti all’Italia. In base alla tabella di ripartizione allegata al Trattato istitutivo del Mes del 2012, l’Olanda partecipa al capitale con una quota del 5,7170  per cento, contro quella italiana del 17,9137%; Il capitale sottoscritto dall’Olanda è stato di 40 miliardi 19 milioni di euro, dall’Italia di 125 miliardi 395 milioni 900mila euro; il capitale versato alla fonte per l’Olanda è stato di 4 miliardi 573 milioni 600mila euro, per l’Italia di 14 miliardi 330 milioni 960mila euro.

Non occorre essere un fine economista per individuare chi abbia investito di più e tragga maggiori rischi dal meccanismo di sostegno finanziario ai Paesi in difficoltà. Eppure sono loro, gli olandesi, a farci la lezioncina sul come stare al mondo. Riaffiorano alla memoria le parole che Cicerone rivolse a Catilina nella sua celeberrima invettiva: “Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?”.