L’emergenza a gennaio

Non so quanti italiani sappiano che l’emergenza sanitaria in Italia è cominciata molte settimane prima di quanto si creda.

Infatti, già in data 31 gennaio il Consiglio dei ministri aveva deliberato formalmente lo stato d’emergenza sanitaria, in quanto l’Organizzazione mondiale della Sanità aveva già informato dei pericoli della possibile epidemia da coronavirus. Perciò il Consiglio dei ministri aveva deliberato in tal senso e perciò aveva affidato alla Protezione civile il potere di emanare ordinanze urgenti in materia in deroga a tutte le normi vigenti.

C’è da chiedersi allora che cosa sia accaduto fra il 31 gennaio e il 21 di febbraio, giorno in cui il ministero della Salute emana le prime misure per la quarantena obbligatoria e l’isolamento per chi sia entrato in contatto con soggetti affetti da coronavirus.

Il fatto è che non è accaduto nulla o quasi. Intendo dire che, consultando il sito della Presidenza del Consiglio, proprio nel periodo di venti giorni compreso fra queste due date, si nota una pletora di riunioni e controriunioni, di incontri e di prese d’atto, ma nessuna decisione tale da mettere le basi per impedire il sorgere della epidemia o per lo meno per rallentarne l’apparizione e gli effetti.

Basti dire, per avere idea di quanto affermato, che lo stanziamento di fondi che la Presidenza del Consiglio ritiene di operare a favore della Protezione civile per uno stato di emergenza calibrato sulla durata di sei mesi – e perciò destinato a concludersi non prima del 31 luglio – è di ben 5 milioni di euro.

Insomma, una goccia nel mare: come dire nulla, un nulla buono per comprarsi le caramelle e non certo per fronteggiare una epidemia per la quale già si era scomodata l’Organizzazione Mondiale della Sanità a metà di gennaio. Si può allora lecitamente affermare che probabilmente la gravità della situazione – già segnalata a gennaio – è stata largamente sottovalutata dal governo italiano?

Credo lo si possa affermare senza timore di essere accusati di voler fare polemica a tutti i costi. La cosa francamente sconcerta e amareggia insieme.

Sconcerta perché non si capisce davvero come si possa da un lato proclamare lo stato di emergenza per ben sei mesi – non per sei giorni – e dall’altro far quasi finta di nulla, aspettando succeda qualcosa contro la quale poi la reazione sarebbe stata inevitabilmente tardiva e parziale.

Insomma, questa emergenza o c’era o non c’era; e se c’era – come pare fosse tanto da esser formalmente proclamata – dovevano trarsene tutte le conseguenze del caso di carattere organizzativo ed epidemiologico, conseguenze che invece sono state prese sul serio solo dopo il 21 di febbraio, vale a dire con venti giorni di ritardo.

Amareggia, perché io non so se venti giorni, per casi del genere, siano un lasso di tempo lungo o corto. Una cosa però la so: che non c’era davvero un giorno da perdere. Neppure uno.