Siamo tutti articolo 88 della Costituzione

La Legge di Bilancio, con il voto favorevole del Senato, ha compiuto un passo decisivo verso la definitiva approvazione del Parlamento.

Chiusa la Finanziaria, la ragion d’essere dell’Esecutivo giallo-fucsia può considerarsi tramontata. Di regola, grillini, renziani e piddini, divisi su tutto, dovrebbero rimettere il mandato di governo al Presidente della Repubblica perché provveda a troncare questo aborto di legislatura. Ma è umanamente comprensibile che non si possa chiedere ai tacchini di impegnarsi ad anticipare il Natale. Nelle meccaniche istituzionali ci sarebbe il modo di porre fine al pessimo spettacolo offerto dalla politica. Lo potrebbe fare il capo dello Stato, che finora ha rifiutato di prendere la giusta decisione. Lo abbiamo scritto e lo ribadiamo: il principale responsabile della paralisi che sta bloccando il Paese è il Presidente Sergio Mattarella. La Costituzione gli assegna un enorme potere nel decidere della vita e della fine di una legislatura, stabilendo anche le circostanze in cui tale potere deve (non solo può) essere esercitato.

Quando in agosto Matteo Salvini ha aperto la crisi, piuttosto che aggrapparsi a soluzioni contro natura benedicendo l’unione tra parti politiche che si erano scannate a suon d’insulti e di querele fino al giorno prima, Mattarella avrebbe dovuto valutare con attenzione la posizione del Movimento Cinque Stelle. I grillini hanno totalmente sconfessato il programma elettorale col quale, il 4 marzo 2018, hanno vinto le elezioni, promuovendo un’azione di governo antitetica a quella promessa agli italiani. Il capo dello Stato, invece di preoccuparsi di dare all’Italia un Governo gradito alle cancellerie europee, avrebbe dovuto porsi la domanda capitale: i Cinque Stelle se avessero gettato la maschera prima del voto per le politiche avrebbero avuto uguale successo? In presenza della probatio diabolica, l’inquilino del Quirinale avrebbe dovuto restituire la parola al corpo elettorale.

Lo strumento per rimettere a posto le cose è in Costituzione. L’articolo 88, I capoverso recita: “Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse”.

Si tratta di una valvola di sicurezza posizionata dai Padri costituenti per neutralizzare eventuali avventurismi parlamentari in danno della sovranità popolare. Con l’introduzione dell’articolo 67 la Carta riconosce all’eletto in Parlamento, indipendentemente dall’appartenenza a un partito politico, il diritto di svolgere la funzione assegnatagli dal corpo elettorale “senza vincolo di mandato”. Il legislatore costituente ha messo a punto un meccanismo di bilanciamento per evitare che l’assoluta libertà d’azione del parlamentare si trasformi in arbitraria sopraffazione della volontà popolare. La garanzia democratica è stata riposta nell’affidamento alla più alta carica dello Stato di una sorta di vigilanza sulla sintonia di massima tra il comportamento del parlamentare e la volontà sovrana del corpo elettorale espressa, attraverso il voto, nella scelta della persona del rappresentante anche in ragione del programma da questi presentato in campagna elettorale. D’altro canto, se i Padri costituenti avessero voluto limitare la verifica dell’esistenza di una maggioranza parlamentare al dato strettamente aritmetico, non avrebbero scomodato il Presidente della Repubblica. Sarebbero bastati due commessi d’Aula, uno per ciascun ramo del Parlamento, a fare la conta delle teste favorevoli e contrarie alla fiducia al Governo.

Che la funzione del capo dello Stato, rispetto alla valutazione dell’atto di scioglimento anticipato delle Camere, non dovesse considerarsi meramente formale o notarile lo spiegò a suo tempo Meuccio Ruini, presidente della “Commissione dei 75” incaricata di redigere il progetto di Costituzione della Repubblica italiana. Nella relazione presentata all’Assemblea costituente il 6 febbraio 1947, nel paragrafo dedicato al Capo dello Stato, si legge: “Più grave e penetrante d’ogni altro intervento è poi la facoltà del Presidente della Repubblica di sciogliere le Camere; dopo aver sentito i loro presidenti... L’affermazione di Mirabeau che ‘lo scioglimento è il mezzo migliore di lasciar modo di manifestarsi all’opinione pubblica, che non ha mai cessato di essere la sovrana di tutti i legislatori’ riecheggia oggi nella dichiarazione di Blum che ‘lo scioglimento delle Camere è la chiave di volta di un ordinamento democratico’”.

Il legislatore costituente ha previsto che una delle circostanze che avrebbe dato luogo allo scioglimento anticipato delle Camere sarebbe stata il venire meno di quella che il costituzionalista Costantino Mortati, membro della “Commissione dei 75”, definì “presunzione di concordanza fra corpo elettorale e parlamentare... non assoluta, ma relativa, subordinata cioè alla possibilità di un accertamento in ogni momento della sua reale fondatezza”.

Sul punto la dottrina è concorde nel ritenere probante, per la verifica del mutamento della situazione politica, il ricorso ai risultati delle elezioni amministrative ed europee intervenuti dopo il rinnovo della legislatura. Ora, è sotto gli occhi di tutti ciò che è accaduto dal 4 marzo 2018 in poi. Il Movimento Cinque Stelle si è presentato con un programma elettorale decisamente anti-establishment e anti-sistema, promettendo di dare corpo alla protesta popolare nell’azione di governo. Una volta al potere, il M5S ha ruotato di 180 gradi la propria linea politica. Il caso, senza precedenti nel suo genere, supera le patologie della rappresentanza conosciute in passato come, ad esempio, il trasformismo dei singoli parlamentari su specifiche proposte di legge o, di più fresco conio, la prassi del “ribaltone parlamentare”. La mutazione genetica dei pentastellati per gravità e profondità è equiparabile soltanto a quella di un ipotetico Partito repubblicano che, una volta preso il potere, decida di battersi per il cambiamento della forma dello Stato da repubblicana a monarchica. Se per assurdo accadesse un fatto del genere, avrebbe o no il capo dello Stato il dovere di richiedere una verifica elettorale rimandando i partiti alle urne sulla base delle nuove idee sposate? Nella realtà, gli italiani hanno dato giudizi chiari sul rovesciamento ideale-contenutistico dei grillini.

La destra plurale, in coalizione, ha vinto in tutti i recenti appuntamenti con le urne; i Cinque Stelle sono precipitati nei consensi, come anche il Partito Democratico. Il Presidente della Repubblica avrebbe dovuto tenere conto del voto popolare e trarne le conseguenze. Lo farà il prossimo 26 di gennaio in occasione delle Regionali in Emilia-Romagna e Calabria? Mattarella, che si è impegnato a sviare l’argomento preferendo discettare su ipotetici ritorni di fiamma razzisti e fascisti, dovrebbe sfruttare un istituto proprio del diritto amministrativo e tributario: il ravvedimento operoso del cittadino inadempiente. Lo faccia prima che gli odierni inquilini dei Palazzi del potere combinino altri pasticci. Finora abbiamo subito la manfrina della sinistra che si è fatta maestra nel piegare parti della Costituzione ai propri scopi. Non sarebbe male se una volta la destra ricambiasse la cortesia. Un’idea: tra sardine, merluzzi e pesci in barile che a giorni alterni dichiarano: “siamo tutti...” in segno di solidarietà a qualcosa o a qualcuno, si lanci la sfida del “siamo tutti articolo 88”, perché il messaggio giunga ai destinatari come un colpo di cannone. Che non potranno negare di aver udito non la voce iperuranica del dio minore dei liberali, dei conservatori e dei sovranisti ma quella tellurica della democrazia.