Conte-bis: il giorno più lungo

Il premier Giuseppe Conte, trascinato in Parlamento da Lega e Fratelli d’Italia, ha dato la sua versione sulla vicenda della riforma del Mes, il Meccanismo di stabilità europeo che l’ex ministro dell’Economia dei Governi Berlusconi, Giulio Tremonti, ha definito: “Una galleria degli orrori fabbricata da élite di tecnici e da gente interessata”.

Il premier ha giocato allo scaricabarile sostenendo che tutti sapevano, ex alleati e amici di sempre. Insomma, un colpo a Matteo Salvini ma anche una chiamata di corresponsabilità per Luigi Di Maio, che non ha gradito il cerchiobottismo autoassolutorio del premier. In generale, l’autodifesa di Conte non ha convinto, nonostante la meticolosa ricostruzione delle circostanze nelle quali i Governi, prima giallo-blu poi giallo-fucsia, da lui presieduti sulla questione Mes, abbiano coinvolto i due rami del Parlamento. Matteo Salvini e Giorgia Meloni hanno reiterato l’accusa di aver dato già dalla scorsa estate, in sede di Eurogruppo, il consenso alla riforma del Meccanismo senza attendere il preventivo placet sotto forma di documento d’indirizzo dal Parlamento italiano, la cui volontà è fondamentale trattandosi della modifica di un Trattato internazionale. Il premier-avvocato esce battuto dal confronto perché, pur avendo speso molte parole, non ha risposto alla domanda centrale: c’è stato o no il sì dell’Italia? Il premier avrebbe dovuto smentire il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri il quale, in audizione al Senato, ha dichiarato che l’accordo era chiuso e non più emendabile. Da cittadini c’è di che arrabbiarsi. Non si tratta di una questione di galateo istituzionale, ma di sostanza che tocca la carne viva degli italiani.

Il nuovo Meccanismo, se introdotto come previsto in sede di negoziato dell’Eurogruppo, costituirebbe un colpo mortale per la sovranità italiana e per la tutela dei risparmiatori nostrani. Non è un’ubbia della solita destra sovranista ma un timore diffuso ai più alti livelli delle istituzioni finanziarie del Paese. In gioco c’è il futuro della nazione, del suo sistema produttivo, delle sue istituzioni democratiche, oltre che del benessere fisico e morale delle persone. L’idea di rafforzare uno strumento di protezione che intervenga nei casi di crisi a finanziare gli Stati dell’Eurozona in difficoltà è un obiettivo lodevole. Tuttavia, per come è stato concepito l’iter procedurale di apertura delle linee di credito ai Paesi richiedenti, per l’Italia è una polpetta avvelenata. Il fatto stesso che il meccanismo preveda percorsi differenziati di accesso al credito per Paesi rispettosi dei parametri di Maastricht e delle regole del Fiscal compact e Stati con debiti pubblici elevati, crea una discriminazione in radice non compatibile con lo spirito mutualistico e paritario sul quale è stata costruita l’Unione europea.

La circostanza che vi sia un organo tecnico a valutare se il debito di un Paese debba ritenersi sostenibile o meno mette a rischio la tenuta democratica all’interno del contesto comunitario. Chi ci assicura che attacchi, magari dettati non dalla speculazione finanziaria ma dalla volontà di potenza di altri Paesi “amici” dell’Ue, non vengano ritentati contro l’Italia grazie agli strumenti tecnico-giuridici messi a punto con la riforma del Fondo Salva-Stati? Che il Mes possa funzionare da lender of last resort, prestatore di ultima istanza, è una notizia da cogliere positivamente. Ma come si chiede il professor Paolo Savona in una riflessione consegnata alla stampa: esso opererà come tale? Il premier Conte una risposta non l’ha data. Si è calato nei panni di un azzeccagarbugli alquanto tignoso piuttosto che affrontare a viso aperto le questioni che sono state sollevate dai banchi dell’opposizione. E dai silenzi eloquenti dei grillini. Il premier è sembrato solo nel difendere la sua posizione. Di Maio lo ha ascoltato mostrandosi più freddo di un ghiacciolo. Da parte del capo politico grillino nessun applauso e nessuna pacca sulle spalle nei momenti nei quali lui, il premier, veniva bersagliato dalle bordate di una caricatissima Meloni. Tra i pochi Cinque Stelle presenti nell’Aula del Senato ad ascoltare il “loro presidente” è sembrata prevalere la paralisi che colpisce chi non sa che pesci prendere, dibattuto tra l’imboccare una direzione o muoversi nel senso opposto. Come l’asino di Buridano, i grillini non sanno a quale greppia attaccarsi. Eppure, come ha ricordato loro, con espressione severa, Giorgia Meloni, dovranno farlo a stretto giro. Già il prossimo 11 dicembre, quando tutte le posizioni dovranno essere definitivamente squadernate. Si voterà a favore o contro la riforma. Per i grillini l’alternativa sarà a dir poco drammatica: se diranno sì alla firma del Trattato modificato senza il preventivo assenso del Parlamento salveranno il Governo con la sinistra ma perderanno la faccia agli occhi dei pochi elettori che ancora credono in loro; se, al contrario, in un sussulto di coscienza i grillini dovessero ricordarsi di ciò che per anni hanno detto e scritto sull’abolizione delle regole capestro create dagli eurocrati per strozzare i popoli europei, dovranno votare contro salvando l’anima ma condannando a morte l’alleanza di Governo. Nella speranza di avere un aiuto dall’Europa, i leader della maggioranza si sono incontrati nella serata di domenica per affidare al ministro Gualtieri una mission impossible a Bruxelles: riaprire la trattativa già chiusa nella speranza di ottenere qualcosa che serva ai Cinque Stelle da giustificazione per votare una risoluzione comune con il Pd che salvi l’adesione italiana al Fondo Salva-Stati.

Allora ieri chi ha vinto e chi ha perso? Se il primo round alla Camera è andato a Giorgia Meloni, il secondo al Senato se lo è aggiudicato il leader leghista. Matteo Salvini ha picchiato duro non concedendo quartiere al premier. A chiusura di giornata la sensazione è che il testa-coda di Conte sul Mes abbia innescato il countdown sulla fine dell’esperienza giallo-fucsia. Se è così prepariamo bibite e popcorn per il prossimo mercoledì 11 dicembre perché sarà una lunga giornata, piena di sorprese.