Ex Ilva, tomba del grillismo

Il disastro dell’ex-Ilva, l’acciaieria ormai in balia dei giochi di potere condotti dai padroni di ArcelorMittal, è uno specchio del declino dell’Italia. Il rischio di affondare un asset strategico per lo sviluppo industriale del Paese sta per tradursi in certezza. Fare lo scaricabarile per allontanare le colpe del fallimento da chi le ha non serve a nulla. Non cambia le cose. Tuttavia, non passa inosservato lo stato di salute del Governo, apparso nel caso specifico disorientato e confuso.

Sia il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, sia il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, non sono stati in grado di prevedere, e prevenire, la fuga di Arcelor Mittal dagli accordi sottoscritti con il Governo. I massimi vertici governativi avrebbero dovuto prevedere che, riaprendo i giochi sulla permanenza dello scudo penale ai dirigenti dell’azienda siderurgica impegnati nell’opera di bonifica del complesso industriale di Taranto, la proprietà franco-indiana non sarebbe rimasta a guardare. Se erano vere le voci di un ripensamento sull’investimento programmato da parte di Lakshmi Mittal a causa del crollo della domanda globale di acciaio che fa calare drasticamente i volumi produttivi previsti dal piano di rilancio dello stabilimento di Taranto, come è stato possibile che il Governo non abbia predisposto una difesa adeguata da eventuali tentativi di abbandono della partita da parte della famiglia Mittal?

La voce che circola è che l’ingenuità dei grillini nel pretendere la cancellazione dello scudo penale abbia fornito alla controparte franco-indiana un ottimo pretesto per chiamarsi fuori. A quanto è dato sapere non esistono Piani B e neppure Piani A, a meno che non si pensi alla nazionalizzazione degli impianti produttivi, l’unica è provare a riportare al tavolo della trattativa ArcelorMittal, nella consapevolezza che l’incontro di ieri l’altro andato malissimo costituisca una pesante pietra d’inciampo per la ripresa del dialogo.

Per salvare la prima acciaieria d’Europa che dà lavoro a oltre 10mila dipendenti più l’indotto non basterà promettere ai Mittal di ripristinare lo scudo penale per gli amministratori. I nuovi padroni puntano a negoziare l’uscita di ben 5mila esuberi. Un costo umano da pagare insopportabile per chiunque. Anche per lo Stato. La politica è finita in un cul-de-sac: o accetta i tagli o si ritrova sul groppone il naufragio di un asset strategico. Il Sistema Italia pagherebbe un prezzo altissimo alla perdita della materia fondamentale per la manifattura industriale. Le imprese italiane sarebbero costrette di punto in bianco ad andare all’estero ad approvvigionarsi d’acciaio con un aumento del costo della fornitura tale da incidere sulla competitività dei propri prodotti.

Anche ammettendo che il Governo si dichiarasse pronto a qualsiasi sacrificio pur di salvare il salvabile, lo sarebbe anche la maggioranza che lo sostiene? No. Il Premier Conte lancia appelli per l’unità delle forze politiche nella reazione ad ArcelorMittal, ma l’anello debole della catena è il Movimento Cinque Stelle. Di là dalle apparenze e dalle frasi roboanti, il quadro reale del Movimento è quello di una forza balcanizzata. La caduta del Governo con la Lega, l’alleanza innaturale con il Partito Democratico, la débâcle in Umbria hanno fatto precipitare la situazione interna. Luigi Di Maio è un leader di cartapesta, non governa più il partito e neppure i gruppi parlamentari. Tuttavia, al suo declino non ha corrisposto l’ascesa dell’ala di sinistra di Roberto Fico. Più propriamente, si è assistiti al collasso della struttura verticistica che ha prodotto la fioritura di piccoli gruppi di dirigenti e parlamentari del Movimento che rispondono solo a se stessi. Il caso della senatrice Barbara Lezzi, ritenuta la responsabile del cambio di rotta sullo scudo penale ai dirigenti di ArcelorMittal, è paradigmatico. La domanda che mette i brividi agli osservatori delle cose della politica è la seguente: se anche il Governo trovasse una soluzione per salvare l’acciaio di Taranto i parlamentari grillini l’appoggerebbero? Allo stato nessuno è in grado di dare una risposta esaustiva. Capirete bene che un Paese non può restare a lungo in una condizione di elevata precarietà. Sarebbe come una nave che non ha più il timoniere e scarroccia alla deriva: la possibilità di finire alla deriva in mare aperto o fracassata sugli scogli sarebbe questione di direzione del vento.

La destra fa bene a offrire i propri voti al Governo per approvare un provvedimento d’urgenza che salvi l’ex Ilva. Ma cosa accadrebbe se in Parlamento si ricreasse la situazione determinatasi in occasione del voto sulla mozione parlamentare proposta dai Cinque Stelle per fermare la costruzione della Tav Torino-Lione: tutti i partiti contrari tranne i pentastellati? Se accadesse che il Cinque Stelle votasse nuovamente contro il suo Governo, un minuto dopo, Conte dovrebbe recarsi al Quirinale per rassegnare il mandato nelle mani del Presidente della Repubblica, avendo preso atto del venir meno della maggioranza. Ma un Governo che cade in piena sessione di Bilancio, con la crisi dell’ex-Ilva aperta sarebbe un regalo immenso all’opposizione della destra plurale ma non al Paese. È una prerogativa della sinistra fare il tifo per lo sfascio, non della destra che ha sempre rivendicato il senso di responsabilità verso la nazione quale valore prevalente su ogni interesse di parte.

Sarebbe lecito chiedersi: si poteva evitare un pasticcio simile? Certo che si poteva. Vi sono precise responsabilità che hanno operato perché si finisse nel disastro in cui siamo oggi. Questo guaio ha un nome e cognome. Ed è quello del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Avrebbe dovuto dare la parola agli elettori quando Matteo Salvini, in estate, ha aperto la crisi del Governo giallo-blu. Invece, l’interesse partigiano a impedire alle forze sovraniste una vittoria già scritta, ha spinto la massima carica dello Stato a cercare soluzioni rabberciate che avrebbero mostrato la loro fragilità al primo stress. Che è ciò che sta capitando. Mattarella avrebbe dovuto dare maggiore considerazione allo scollamento tra il partito di maggioranza relativa, il Movimento Cinque Stelle, e il suo elettorato. La crescente crisi di consenso che i grillini stanno registrando ad ogni prova elettorale da un anno a questa parte li spinge a comportamenti confusi e contraddittori i cui effetti si riversano sulla qualità dell’azione di governo. I capi di Stato sono uomini e come tali sono fallibili. E Mattarella non fa eccezione. Però, in quanto esseri umani, hanno la facoltà di ravvedersi degli errori compiuti. Non sarebbe un male per l’Italia se l’inquilino del Quirinale facesse ammenda del colossale errore compiuto in estate e tracciasse un exit strategy per l’attuale Governo: approvazione della Legge di Bilancio e, subito dopo, ritorno alle urne per costruire una legislatura più coerente con gli orientamenti prevalenti nel Paese.