Quel pasticciaccio brutto dell’Ilva Taranto

L’inverosimile vicenda dell’Ilva di Taranto, con una maggioranza spuria che realizza un gigantesco harakiri economico approvando l’emendamento di Barbara Lezzi, la rancorosa grillina pugliese lasciata senza incarichi di Governo, rappresenta al meglio la cifra di un Paese che sembra oramai sulla soglia di un collasso sistemico.

In tal senso, la comparsa sulla scena politica del Movimento 5 Stelle, accompagnato da un impressionante armamentario di soluzioni fallimentari per questioni assai complesse, non ha rappresentato a mio avviso il problema, bensì il sintomo di una decomposizione sociale, culturale e politica che viene da molto lontano e che non in pochi da tempo segnalano.

Il fatto che questa gente, formatasi politicamente ascoltando le deliranti semplificazioni del loro indiscusso capo spirituale, il comico Beppe Grillo, abbia ottenuto nel marzo del 2018 un terzo di consensi validi la dice lunga circa lo stordimento e la grande confusione che oramai attanaglia buona parte dei cittadini italiani. Stordimento e confusione che non sembra aver affatto risparmiato, in merito alla vicenda in oggetto, i partiti cosiddetti responsabili che stanno accompagnando i grillini nel loro disperato tentativo di arrivare indenni al traguardo di fine legislatura. Se così non fosse, non si spiegherebbe il motivo che ha convinto il Partito Democratico e Italia Viva ad appoggiare il citato emendamento Lezzi, con il quale si elimina d’un colpo lo scudo penale nei confronti di ArcelorMittal, offrendo un comodo casus belli alla multinazionale franco-indiana per sganciarsi da un investimento di oltre 4 miliardi, con circa due milioni di perdite giornaliere, anche a causa di un momento molto difficile per il settore dell’acciaio.

Non c’è infatti nessuna ragione al mondo che possa giustificare il sostegno all’ennesima follia grillina la quale, in termini concreti, rischia di far chiudere la più grande acciaieria d’Europa, con una perdita annuale di 24 miliardi, ossia l’1,4% del Pil e circa 30mila posti di lavoro, considerando anche l’indotto. Eppure, in nome del quieto vivere, all’interno di una maggioranza sempre più incatenata alla linea del “tirare a campare”, si è consentito alla stessa Lezzi di sbandierare sui social il suo imbarazzante trionfo sulla logica e il buon senso.

Non bastavano le farneticazioni dei pentastellati sul piano della decrescita felice e della produzione a km zero – versione demenziale e aggiornata della medievale economia curtense – adesso abbiamo anche una green economy alla vaccinara che aumenta le imposte in nome dell’ambiente – in realtà per fare cassa – e chiude le aziende di sistema per trasformarle in parchi turistici e giardini fioriti. Su questa base non si crea certamente un terreno fertile al fine di invogliare altri investitori esteri a rischiare i quattrini dei loro azionisti in questo disgraziato Paese, il quale è riuscito a portare ai vertici delle massime istituzioni politiche un numero così esorbitante di rancorosi incompetenti. E sotto quest’ultimo ben poco encomiabile aspetto, ahinoi, abbiamo senz’altro ben pochi rivali al mondo.