L’ergastolo ostativo, Caselli e Bonafede

Ogni tanto Gian Carlo Caselli esce dal suo pensionamento e cerca di ribadire il suo ruolo storico di primo magistrato giustizialista del nostro Paese. Questa volta l’occasione gli è stata data dalla eventualità che la Corte europea dei Diritti dell’Uomo condanni l’ergastolo ostativo previsto in Italia dalle leggi antimafia. Cioè da quella norma particolare che stabilisce il “fine pena mai” a tutti quei mafiosi condannati all’ergastolo che non si pentono e non collaborano con la giustizia. Se mai la Corte europea dovesse imporre l’abrogazione dell’ergastolo ostativo, sostiene Caselli, gli ergastolani mafiosi tornerebbero in libertà ed in quanto “irriducibili” riprenderebbero le armi provocando nuovi fiumi di sangue in Italia ed all’estero.

Nessuno, ovviamente, può escludere che la preoccupata previsione dell’ex magistrato potrebbe mai avversarsi. Ma rimane la contraddizione tra la formale abolizione dell’ergastolo prevista dalla legge italiana e la sostanziale reintroduzione dell’ergastolo stabilita dal famoso 41 bis, tra la pena che deve servire a redimere ed a reinserire e la pena che deve punire il più duramente possibile se non c’è un adeguato pentimento.

Insomma, Giovanni Brusca che si è pentito va liberato e quelli che non hanno collaborato debbono morire in carcere. Questa conclusione dovrebbe spingere il ministro della Giustizia grillino, Alfonso Bonafede, a regolare la questione secondo la logica dei costi e dei benefici cara alla sua parte politica e concludere che gli ergastoli ostativi che riguardano più di milleduecento persone costano allo Stato più di quanto si risparmia con il taglio dei parlamentari. Non sarebbe meglio, allora (e Caselli potrebbe essere d’accordo), risolvere il problema applicando l’antica esortazione delle folle del Colosseo che di fronte a gladiatori feriti lanciavano l’esortazione in linea con i diritti dell’uomo: “ammazzatelo subito, nun lo fate soffrì”?