Conte il permaloso ed il gioco degli spioni

Una delle regole auree dei capi democristiani della Prima Repubblica stabiliva che chi era permaloso non poteva svolgere il ruolo di Presidente del Consiglio di governi di coalizione. Perché ogni forza componente della maggioranza governativa aveva la necessità di caratterizzarsi rispetto agli altri e questa esigenza di caratterizzazione spesso comportava l’uso strumentale di polemiche che potevano riguardare la stessa persona del Premier. Chi prendeva per fatto personale queste polemiche si trasformava nel primo affossatore della propria coalizione. Per cui chi stava e voleva restare a Palazzo Chigi si doveva armare di santa pazienza, sgomberare il campo di ogni permalosità personale e caricarsi il peso di una continua mediazione tra i partiti governativi.

Giuseppe Conte non ha appreso questa lezione. Di fronte alle operazioni di caratterizzazione politica dei partiti della propria coalizione, in particolare quelle di Matteo Renzi e di Luigi Di Maio, usa il Corriere della Sera per comunicare piccato di non “sopportare i prepotenti” e, per quanto riguarda i risvolti spionistici italiani della vicenda Russiagate, di essere nei confronti dell’amministrazione americana perfino “più duro di quanto fu Bettino Craxi a Sigonella”.

Conte, naturalmente, ha tutto il diritto di non sopportare le prepotenze di Renzi e di Di Maio (ma soprattutto quelle del primo). Per sua sfortuna, però, non si trova a Palazzo Chigi in quanto eletto direttamente dal corpo elettorale. In realtà non è stato neppure mai eletto in una Camera legislativa, ma è solo il prescelto da quattro leader di partito per essere punto di equilibrio tra forze diverse e concorrenti. Il ruolo gli impone di sopportare i prepotenti. E se non riesce a farlo deve mettere in conto di non essere tagliato per il mestiere di Presidente del Consiglio di governi nati da alchimie parlamentari.

Quanto poi al paragone con il Craxi di Sigonella non può limitarsi a dirlo a parole, ma deve dimostrarlo con i fatti. Cioè facendo chiarezza su quello che secondo i Servizi segreti Usa fedeli al Presidente Donald Trump sarebbe un complotto organizzato dai Servizi segreti Usa fedeli al vecchio Presidente Barack Obama, che avrebbero utilizzato un agente provocatore provvisto di una copertura offerta dalla Link Campus, l’università privata italiana presieduta dall’ex ministro dell’Interno democristiano Vincenzo Scotti, per incastrare Trump nel Russiagate.

Da Conte non ci si aspetta il muso duro di Craxi a Sigonella ma solo chiarezza sul gioco di spie che si sarebbe svolto nel territorio italiano e sulla natura della Link Campus University di Scotti. Università vera o una centrale spionistica al servizio di settori di osservanza democratica degli apparati di sicurezza americani?