Non c’è molto da stupirsi, caro Polito

In un periodo caratterizzato da tanti pseudo-liberali folgorati sulla via di Damasco dello Stato assistenzialista (vedi il caso grottesco di Carlo Calenda, il quale sembra aver riscoperto l’economia del posto fisso), anche il brillante Antonio Polito si è distinto per una moderata critica al liberalismo e al liberismo, quest’ultimo selvaggio per definizione.

Lo ha fatto nel suo ultimo libro “Il Muro che cadde due volte”, edito da Solferino Libri, il quale è stato presentato a Roma da Bianca Berlinguer, con la partecipazione di Massimo D’Alema e il citato Calenda. Ed è in questa occasione che il sempre più confuso ex ministro dello Sviluppo economico ha pronunciato la sua abiura nei riguardi della cultura liberale, seppur declinata nell’area progressista. In estrema sintesi, Calenda ha definito scemenze alcuni paradigmi che lo avrebbero fuorviato, come l’idea di salvare il lavoro anziché i posti di lavoro. Mentre, ha sottolineato, “gli stessi posti vanno difesi, lo Stato non va smantellato e il profitto non può essere per l’impresa una variabile indipendente”.

Apparentemente più equilibrato l’intervento di Polito il quale, illustrando la sua ultima fatica letteraria, ha sostanzialmente teorizzato una sorta di terza via allo sviluppo economico, dopo il fallimento del comunismo e, a suo avviso, dei modelli ispirati al liberalismo e al liberismo economico. Ma in questo articolato ragionamento egli ritiene di aver individuato una sorta di paradosso, una vera e propria anomalia storica nella vicenda cinese degli ultimi decenni. Dice infatti l’attuale vicedirettore del Corriere della Sera: “La Cina è la grande vincitrice di quello che doveva essere il trionfo del liberalismo e del liberismo. Cioè il liberismo spinto ha premiato più di tutti un regime comunista”.

Ora, osservando le cose al di là delle evanescenti etichette novecentesche, mi stupisce alquanto che a un uomo arguto come Polito sfugga il motivo di fondo che ha consentito al tanto bistrattato liberismo di conseguire un clamoroso successo proprio nel regime fondato da Mao Zedong. Un elemento impossibile da trovare nelle democrazie occidentali e che, in modo indiretto, ci aiuta a spiegare il perché proprio da noi, in cui tale concezione è nata e si è sviluppata, il medesimo liberalismo sembra fallire.

Per dirla in estrema sintesi, la Cina ha potuto godere più di altri dei benefici derivanti da una spiccata libertà in campo economico proprio perché la sua direzione politica, autocratica e centralizzata, non ha mai dovuto fare i conti con ciò che, in Occidente e in particolare in Italia, definiamo ricerca del consenso. Ricerca del consenso la quale, nelle forme che da tempo contraddistinguono la politica italiana, da noi ha dato luogo ad una delle più disfunzionali forme di democrazia acquisitiva. Ossia la sempre più spiccata propensione dei presunti paladini del popolo a “comprarsi” il medesimo consenso con dosi crescenti di spesa pubblica, nell’ambito di una cornice assistenzialistica che tende a disincentivare, se non addirittura a soffocare, ogni forma di iniziativa privata. Tutto questo determina il micidiale combinato disposto di un alto debito pubblico e una fiscalità feroce; fattori che non possono che rappresentare la principale zavorra per la crescita economica. D’altro canto, pur continuando a finanziare uno dei più costosi sistemi di welfare d’Europa, che nel complesso rappresenta oltre il 54 per cento dell’intera spesa pubblica, ci permettiamo pure il lusso di avere una classe di politici e di intellettuali che sputano regolarmente sul piatto in cui letteralmente mangiano, raccontando i disastri provocati da un liberismo spinto che in Italia non si è mai visto neppure col binocolo.

In tal senso, ahinoi, possiamo ben dire, parafrasando il compianto Lucio Dalla, che la Cina è veramente lontana; dall’altra parte della luna.