Il cane di Casaleggio

Il pensiero politico dei grillini è basato sul credo della fine delle ideologie. “Il Movimento 5 Stelle non è né di destra né di sinistra”, amano vantarsi. Il che è pur sempre un’ideologia, a parte il residuale centrismo. Parlando della loro classe dirigente, una marchiana contraddizione salta subito all’occhio della nostra mente, e cioè quella che consiste nella vera e propria ideologia, nel pieno senso della parola, professata da Davide Casaleggio, il guru pensante e decidente del grillismo in atto.

Ci riferiamo alla “democrazia digitale”, il cui embrione, in ambito partitico, sta nella piattaforma elettronica dell’associazione Rousseau. Il semplice fatto di auto-attribuirsi il nome del filosofo francese forse più ideologico depone irrimediabilmente contro la pretesa di presentarsi a-ideologici o anti-ideologici.

Nella lunga lettera (una pagina intera, quasi un piccolo saggio) al Corriere della Sera del 17 settembre 2019 “I 7 paradossi della democrazia. A sbagliare non è mai chi vota”, Casaleggio, elencando e spiegando tali paradossi, ritiene d’individuare i difetti della democrazia insanabili, è da presumere, nelle condizioni date, ma sanabili invece attraverso la “democrazia digitale” estesa all’ambito nazionale. Scorrendone la formulazione dell’ideologo grillino, se ne ricava che i suoi paradossi non sono né verità nascoste né verità sorprendenti, talché già definirli paradossi è paradossale, mentre a noi piuttosto sembra appropriato qualificarli paralogismi, cioè falsi ragionamenti dovuti ad equivoci ed illusioni, solo in apparenza veri. Seppure concedessimo che quei paradossi implicassero il significato sottinteso da Casaleggio e seguaci (forse qui meglio chiamarli followers!), constateremmo che ognuno dei descritti paradossi, rectius difetti, della democrazia reale si attaglia pure alla millantata “democrazia digitale”: dalla partecipazione alle decisioni fino alle conoscenze per decidere a ragion veduta, per non dire della profusione di proposizioni contorte e oscure come questa: “Che si parli di riunioni degli azionisti di un’azienda o di un partito politico, i delegati o i rappresentanti scelti sono soluzioni temporanee a un problema legato all’efficienza decisionale, non all’incompetenza nel saper decidere cosa è meglio”.

Citando il padre, Casaleggio crede di schermirsi col dire che “scambiare per dittatura la democrazia diretta è come affermare che Gandhi era un pericoloso sovversivo antidemocratico”. Noi lasceremmo fuori Gandhi pure da una similitudine siffatta, per giunta così azzardata, visto che la democrazia diretta evoca piuttosto i soviet, e sappiamo com’è andata a finire. Sulla scia della celebre distinzione di Constant tra la libertà degli antichi e la libertà dei moderni, istituiremmo invece il parallelismo tra la democrazia degli antichi, diretta, e la democrazia dei moderni, rappresentativa, per inferirne che la “democrazia digitale” non è affatto un terzo genere di democrazia bensì un atavismo mal vestito di modernità, aspirando a realizzare un’agorà integrale mediante click continuativi quanto ossessivi.

La democrazia diretta al tempo del web risulta una pura formulazione verbale. Infatti sembra ignorare che anche la politica, alla stregua dell’economia, riguarda “la condotta umana come relazione tra scopi e mezzi scarsi applicabili ad usi alternativi” sicché i problemi tecnici ed i problemi economici sono “fondamentalmente diversi e, per dare alla distinzione l’espressione elegante datale dal professor Mayer, un problema di tecnica sorge quando c’è un solo scopo ed una molteplicità di mezzi; un problema di economia quando così gli scopi come i mezzi sono molteplici” (Lionel Robbins).

A tutto concedere, dunque, la “democrazia digitale”, in quanto democrazia diretta e pur quando applicata all’intera cittadinanza, potrebbe forse risolvere talvolta qualche problema tecnico semplice e limitato, ma giammai surrogare le scelte inerenti all’indirizzo generale, politico ed economico, di un Governo e di una nazione.

Davide Casaleggio, nell’invocare la “democrazia digitale” e nell’evocare i paradossi della democrazia rappresentativa per accreditare la rivisitazione grillina della democrazia diretta, somiglia a chi pretenda di ricavare dalla coda le intenzioni del cane nascosto dietro la siepe.