La lezione del Conte-bis: due esaltazioni e un vantone

Un disgusto spruzzato d’ironia ci ha procurato la vicenda conclusiva della formazione del governo. In particolare, l’esaltazione della lungimiranza dei politici, che avrebbero salvato la legislatura per il bene della patria, e la celebrazione della democrazia elettronica, glorificata per importanza alla stregua della rivoluzione inglese o americana, mentre il vantone che si crede statista (intuite chi) giudicava il tutto come un accadimento storico degno di Tucidide.

La banale prosa della politica italiana appare sempre poesia epica ai modesti autori. Dal governo del cambiamento siamo, nel volgere del solleone, entrati nel governo del rinnovamento. Certamente, abbiamo ministri nuovi, mentre i peggiori sono rimasti, sebbene variando poltrona. In una non banale crisi di governo hanno voluto intravedere l’inestimabile pregio del parlamentarismo: un nome ed un sistema che posseggono di per sé una connotazione negativa, nel senso che indicano una sorta di deviazione, se non degenerazione dell’ideale governo parlamentare. Non sarà un nuovo governo purchessia a garantirci la salvezza; peggio, se esso intende proseguire, accentuandolo, nell’indirizzo dei predecessori.

Il vantone, lo ricordiamo tutti, dopo aver abolito la povertà e festeggiato al balcone sventolando cambiali, ha risolto in un anno solo la vertenza dei gianduiotti. Senza dismettere mai il sorriso ebete che gl’intristisce il volto, ha pensato bene di sfuggire ai suoi fallimenti di ministro del Lavoro, ministro dello Sviluppo economico, vicepresidente del Consiglio, capo politico del partito altrui, e di fuggirsene agli Affari esteri, dove sicuramente s’illustrerà da par suo alla faccia nostra, facendoci ridere tutti alle spalle. Nei consessi mondiali egli esibirà meriti personali, che del tutto non ha, e demeriti politici, che ha in abbondanza. Quale credibilità avrà l’Italia così rappresentata? E, spiace davvero confessarlo, non si vergognano un pochino Sergio Mattarella e lo stesso Giuseppe Conte di una nomina siffatta? Potevano (politique d’abord!) collocare l’uomo, che lo stesso suo comico mentore schernisce definendolo amabilmente “bibitaro”, a ministro dei Rapporti con il Parlamento (in ragione dell’esperienza maturata tra Montecitorio e Palazzo Chigi) oppure, meglio ancora, a ministro della decrescita felice e del riscaldamento globale: la sua ideologia, essendo egli, a suo dire, né di destra né di centro né di sinistra.

Un coro hanno intonato politici e costituzionalisti: il Parlamento è sovrano nel formare maggioranze e insediare governi. Dio ci guardi dagli uni e dagli altri! Fu detto in passato che il Parlamento può far tutto fuorché mutare un uomo in donna e viceversa (ma in un certo senso ci è riuscito pure). Questa disinvoltura politica del malinteso parlamentarismo non può voler dire, niente affatto, come intonano i suddetti corifei, che i rappresentanti del popolo, nelle manovre parlamentari, possano essere così liberi dai vincoli di mandato da prescindere totalmente dalla volontà dei rappresentati nel dar vita ad un governo. Non è politicamente e costituzionalmente appropriato, mentre è moralmente fraudolento, che il Parlamento assembli ciò che gli elettori hanno incontrovertibilmente contrapposto. Chi lo nega è miope oppure in mala fede.

In questa legislatura gli elettori non volevano né il primo Conte né il secondo Conte. Fu una forzatura approvare il primo Conte, per non sciogliere subito le Camere appena elette. Adesso è un eccesso grave fino all’insopportabilità associare nella maggioranza e nel governo del secondo Conte l’opposizione al primo: ciò senza l’avallo elettorale dell’acrobatica sostituzione politica dei contrapposti avversari. La dissociazione assoluta (schizofrenia politica?) tra elettori ed eletti sancisce un’onnipotenza del Parlamento che ricorda il potere assoluto dei sovrani, contro il quale proprio sorse e si consolidò il governo rappresentativo. Lo sappiamo: tale malinteso parlamentarismo viene ritenuto corretto perché fa comodo quando si tratti di rinviare le elezioni a vantaggio dei partiti che nella contingenza soddisfano il loro specifico interesse, non l’interesse generale.

Quanto alla democrazia cibernetica, alla piattaforma elettronica degli iscritti grillini, al “clickvoto” nel web, solo il vantone può scorgervi una rivoluzione digitale, un accadimento storico, un evento politico mondiale. Perciò è deprimente che i media abbiano discettato su un piccolo esperimento domestico senza valore decisivo, né nocivo né giovevole. Esaltarlo come se fosse la prova sperimentale della relatività di Einstein appartiene al novero delle sbruffonate con le quali il Grillo comiziante ha infinocchiato un quarto di elettori, li ha posti sotto la guida del suo Lucignolo verso il paese dei balocchi e li ha trascinati al Campo dei miracoli nella città di Acchiappacitrulli.