Il governo dei perdenti

Che il nuovo Governo sarebbe nato s’era capito da subito; almeno da quando Matteo Salvini aveva mostrato la incredibile ingenuità di farsi assicurare da Nicola Zingaretti che il Partito Democratico non si sarebbe mai alleato con il 5 Stelle. Zingaretti è infatti un segretario senza partito, anzi, senza gruppi parlamentari, dal momento che gli attuali senatori e deputati del Pd sono stati nominati – tramite finte elezioni (finte perché bastava votare per il partito perché i voti andassero a beneficio di chi, a preferenza di altri, il partito aveva collocato in posizione blindata) – da Renzi e perciò nulla debbono a Zingaretti: lo sapevano tutti, tranne Salvini. E dunque, ottenuta assicurazione da parte di chi quella assicurazione non poteva dare – appunto Zingaretti – Salvini ha deciso e, rompendo gli indugi, ha tolto la fiducia al governo.

Errore gravissimo, foriero di danni non solo per la Lega che perderà nei prossimi mesi parte notevole del consenso accumulato nel corso dell’ultimo anno, ma soprattutto per l’Italia che si ritrova oggi un governo di alleanza fra Pd, 5 Stelle e Leu, di assoluta minoranza e che si potrebbe definire il governo “dei perdenti”. Spiego perché.

In questo governo abbiamo infatti una coalizione fra perdenti semplici – che sono i 5 Stelle – perdenti al quadrato – che sono rappresentati dal Pd – e perdenti al cubo – che sono gli esponenti della Leu.

I 5 Stelle sono perdenti semplici in quanto hanno sonoramente perduto le recentissime elezioni europee, dimezzando i loro consensi nell’elettorato. Né si dica che le Europee non sono le Politiche, perché rimane un fatto duro come il marmo e cioè che il consenso di cui essi godevano sul campo due anni or sono si è drasticamente ridimensionato. Hanno perduto malamente le elezioni. E tanto basta.

Il Pd è invece perdente al quadrato perché non solo ha perduto le Politiche del 2018, lasciando per strada oltre la metà del consenso precedentemente ottenuto, ma ha perduto anche le Europee, sia avendo riguardo alle precedenti politiche, sia alle precedenti Europee (a tacere del referendum renziano malamente perduto). Sconfitta doppia insomma senza rimedio o attenuanti. E tanto basta.

Infine la Leu è perdente al cubo perché non solo ha perduto le ultime Politiche, rimediando una figuraccia anche perché Piero Grasso – Presidente del Senato fino al giorno prima – ha mostrato di non aver alcun seguito nell’elettorato, ma ha ripetuto la sconfitta, peggiorandola, nelle Europee; inoltre, i suoi esponenti erano già stati sconfitti in precedenza, quando di fatto furono costretti a fuoriuscire dal Pd di Matteo Renzi e fondare Leu. Una triplice e ravvicinata sconfitta, insomma. E tanto basta. 

Ebbene, il governo si regge su questi perdenti di successo, strabiliando l’elettorato normale che non riesce ovviamente a capire come la somma di tre sconfitte possa dare una vittoria. In Italia questo è possibile. Ma che sia possibile non vuol dire sia legittimo dal punto di vista politico (e non giuridico). Per giustificare tale alleanza si dice infatti – in primo luogo - che quello che è oggi avvenuto è normale in un sistema parlamentare come il nostro, ove appunto il Parlamento cerca le sue maggioranze dove le trovi e che – in secondo luogo – anche nella prima repubblica le alleanze di governo vedevano la partecipazione di partitini piccoli o piccolissimi, i quali, pur perdendo le elezioni, si vedevano assegnare dei ministeri. Queste due argomentazioni non reggono ad una critica appena avveduta.

La prima non regge perché pur essendo vero che il nostro è un sistema parlamentare, la sovranità non appartiene al Parlamento, ma al popolo. Ne viene che il Parlamento è politicamente legittimato se e nei limiti in cui rappresenti l’elettorato che è il solo abilitato a disegnarne la geografia costitutiva. Un Parlamento che perciò non rappresenti più – e in modo consistente, non certo per semplici decimali di voto – come l’attuale, l’elettorato italiano, risulta politicamente squalificato.

Per usare un paragone di taglio giuridico, si direbbe che un Parlamento così agisce come un rappresentante (del popolo) che ecceda i limiti dei poteri rappresentativi concessi (dal popolo). Gli atti compiuti attraverso la violazione di tali limiti ne soffrono le conseguenze sul piano giuridico (sarebbero inefficaci). Su quello politico, dovrebbero invece condurre i protagonisti di tale alleanza a farsi delle serie domande sulla loro legittimazione politica, che invece essi evitano di porsi proprio per la paura di dover rispondere che non ne possiedono alcuna.  

La seconda argomentazione invece non regge perché anche i bambini sanno che nella prima repubblica i piccoli partiti (repubblicano, liberale, socialdemocratico, ecc.) erano soltanto la stampella d’appoggio della Democrazia cristiana che fece ricorso al loro aiuto quando fu necessario allo scopo di non portare al governo il partito comunista. Non solo. Quel sistema era bloccato da ciò che i politologi chiamarono il fattore K, cioè dalla necessità di non far entrare ufficialmente al governo i comunisti, pur lasciandoli governare in qualche modo dall’opposizione (tramite il governo dei sindacati, delle piazze ecc.).

Ecco perché nella prima repubblica gli spostamenti di voto erano ridicolmente ridotti, tanto da risultare insignificanti: se un partito vedeva lievitare i consensi dello 0,5 si parlava di grande vittoria; se vedeva diminuirli in egual percentuale, di seria sconfitta. I piccoli partiti non erano che l’alter ego della Dc, una sua articolazione, per dir così, esterna. Per questo non era scandalizzante che partecipassero al governo, pur con percentuali minime di consenso elettorale, nel quadro di una complessa realtà internazionale che vedeva due blocchi contrapposti e separati dal muro di Berlino.

Oggi, nulla di tutto questo. Il quadro politico è delineato da partiti grandi (5 Stelle e Lega) o medio-grandi (Forza Italia e Fratelli d’Italia); gli spostamenti di voto sono reali e molto significativi; non esiste più il fattore K; non ci sono più blocchi internazionali contrapposti. Esistono insomma tutte le condizioni per far governare chi abbia vinto le elezioni e non chi le abbia perdute più volte e a breve distanza, come oggi vuole il governo appena nato.

Possiamo perciò affermare che la nuova maggioranza di governo, in quanto minoranza dichiarata tale dall’elettorato, dovrebbe vergognarsi di governare in spregio ai voti da questo espressi. Questo Parlamento che non rappresenta più l’elettorato e la sua geografia politica non ha nessuna abilitazione per legittimare un governo di minoranza. E soprattutto i 5 Stelle dovrebbero vergognarsi di aver fatto ricorso a sistemi vecchi, vecchissimi, direi politicamente primordiali, mentre essi si dicono nuovi. E non lo sono. Ma si sa. Per loro, per molti – come la “pecunia” – governo “non olet”.