Governo giallo-fucsia, Tafazzi sta a destra

Ora che la frittata è fatta parliamone e poi mettiamoci una pietra sopra. Non c’è altro modo per dirlo: Matteo Salvini, aprendo la crisi al buio in pieno agosto, ha combinato una cavolata di dimensioni galattiche. Voleva le urne e ha rimediato, per la gioia della maggioranza degli italiani, il peggiore governo che si potesse desiderare. Il “Capitano” ha goduto della nostra stima. Ne abbiamo esaltato le doti di stratega razionale quando l’universo mondo gli dava del rozzo, dell’improvvisato, del barbaro. In sei anni alla guida della Lega ha compiuto imprese mirabili che soltanto in parte possono essere riassunte dalle straordinarie percentuali di consenso raggiunte.

Ora, è pur vero che siamo umani e che il primo tratto distintivo dell’homo sapiens è che sbaglia, ma come è stato possibile che proprio Salvini abbia toppato a quel modo? Di certo ha ignorato la seconda regola aurea della politica per la quale gli spazi lasciati vuoti vengono occupati. Ha deciso di staccare la spina al governo che gli stava regalando successi e popolarità e i nemici storici non si sono lasciati scappare l’occasione d’infilarsi nella fessura creatasi insperatamente. Davvero credeva Salvini che la sua presa di posizione avrebbe comportato l’automatico ritorno alle urne? Il leader leghista non ha valutato a sufficienza la forza della disperazione dei potenziali perdenti e, soprattutto, la ferrea intenzione del Capo dello Stato di fare l’impossibile per non consegnare la guida del Paese a una forza egemone che si richiama a quel sovranismo che lui, da Presidente della Repubblica, non smette di criticare in ogni occasione pubblica. Non ci dica Salvini che ha creduto alla storia del Capo dello Stato notaio e arbitro imparziale tra le parti in campo. L’odierno inquilino del Quirinale, come i suoi predecessori, è uomo di idee e di pulsioni sentimentali, con un passato politico che non può essere messo da parte come un abito dismesso. La proclamata imparzialità è soltanto l’ennesima leggenda metropolitana che aleggia sulla “Costituzione più bella del mondo”. Nella circostanza, Mattarella non ha vestito i panni del notaio ma quelli più modesti del contabile. Calcolatrice alla mano, ha verificato che i numeri per una maggioranza alternativa vi fossero e, da subito, non ha avuto dubbi nell’assecondare le aspettative di tutti gli establishment operanti in giro per l’Europa per benedire la nascita del Governo “laqualunque”.

Nei giorni passati sono circolate voci secondo le quali Matteo il “Capitano” avrebbe concordato con Nicola Zingaretti la richiesta di voto anticipato. Se fosse vero, Salvini dovrebbe fare per punizione tre volte il giro a piedi del Grande Raccordo Anulare, e di corsa. Ma che fa? Si fida della parola di uno del Partito Democratico? Se fosse vero, il leghista avrebbe violato la terza regola aurea della politica, che discende direttamente dalla prima: “In politica nulla è come appare”. Il terzo decisivo comandamento prescrive che “in politica non ci si fida di nessuno, dei nemici e neppure degli amici”. Enrico Letta docet. Si sostiene che l’errore di Salvini sia stato di carattere temporale, avrebbe sbagliato i tempi di apertura della crisi ritardandoli rispetto al momento più favorevole. Questo è ciò che pensa la comune vulgata. Noi la pensiamo all’opposto. Se errore di tempo c’è stato è perché Salvini ha anticipato la sua mossa. Abbiamo convintamente sostenuto la posizione del “Capitano” quando ha tenuto duro nel tenere in vita il rapporto con i Cinque Stelle. Avrebbe dovuto continuare a farlo almeno fino al momento della loro implosione. Solo dopo che la frattura tra le molte anime del Movimento si fosse consumata palesandosi con la creazione di gruppi parlamentarti separati, Salvini avrebbe potuto lanciare la sua Opa su ciò che sarebbe residuato della corazzata grillina. Non c’era da aspettare molto. Un ultimo scossone elettorale alle Regionali in autunno, magari con un Cinque Stelle ridotto nel consenso a un prefisso telefonico, avrebbe dato il via alla blitzkrieg nella campagna elettorale di primavera.

La rottura prematura ha avuto come effetto immediato il ricompattamento dei Cinque Stelle, con l’aggravante della resurrezione della corrente dell’ultrasinistra di Roberto Fico che ha preso le redini del Movimento facendo leva sull’accusa a Luigi Di Maio di totale subalternità all’alleato sovranista. Salvini, per giustificarsi, si professa uomo di ideali che mai svenderebbe le sue convinzioni per tenersi le poltrone di sette ministeri. Sarà che siamo più prosaici e meno idealisti di lui, ma noi il conto delle rinunce lo facciamo. Saltando dal Governo, la Lega perde il diritto di nominare il prossimo Commissario italiano alla Ue. Lo farà il Pd, che da sconfitto alle Europee avrà il bene di spedire a Bruxelles l’ennesimo yes-man destinato, come l’uscente Federica Mogherini, a fare da tappezzeria nei saloni climatizzati di Palazzo Berlaymont.

Addio Governo, si perde la chance di portare per la prima volta nella storia repubblicana una personalità di destra a succedere a Sergio Mattarella alla scadenza del mandato presidenziale. Con assoluta probabilità all’inizio del 2022 ci toccherà subire un altro cattocomunista al vertice dello Stato. Magari una Rosy Bindi o un Romano Prodi, sai che allegria! Via dal Governo si perde l’opportunità di mettere becco nella nomina di oltre 400 personalità manageriali destinate ai vertici delle aziende di Stato, delle partecipate e di altri organismi vitali della Pubblica amministrazione. Via dal Governo, fine della possibilità di bloccare l’infamia dell’allungamento all’infinito della prescrizione nel processo penale. Via dal Governo, saranno i nuovi arrivati a raccogliere i frutti della battaglia condotta dalla Lega all’interno del Cipe per lo sblocco dei 56 miliardi di euro per le opere pubbliche da fare ripartire. Non andiamo avanti nell’elencazione per carità di patria.

Salvini si giustifica sostenendo che gli avrebbero impedito di fare la flat tax. È bastato questo per gettare la spugna? Avrebbe dovuto almeno provarci. E solo dopo aver certificato il fallimento della trattativa con i Cinque Stelle avrebbe potuto rivolgersi agli italiani spiegando il motivo della fine dell’esperienza giallo-blu. Va bene che un capo deve assumere su di sé la responsabilità di una sconfitta, ma non è credibile che tutte le colpe ricadano soltanto su di lui. La verità è che Matteo ha ceduto alle pressioni dei dirigenti del suo partito, in particolare della vecchia anima nordista, perché staccasse la spina. In questo harakiri poco rituale c’è stata la manina subito ritratta dei due governatori leghisti di Lombardia e Veneto che hanno montato una polemica assurda sul fatto che non avessero ottenuto l’autonomia differenziata a tempo di record. Hanno rotto i timpani un giorno sì e l’altro pure perché si chiudesse ad horas il negoziato, altrimenti minacciavano sfracelli. Adesso saranno contenti. Con il flemmatico pugliese Francesco Boccia alla guida degli Affari regionali, l’autonomia per i loro territori la vedranno col binocolo. E poi i partner del centrodestra. Che forti che sono. Hanno insultato Salvini perché restava in affari con i grillini e ora che si è risolto a rompere cosa gli rimproverano? Di aver consegnato l’Italia alla sinistra. Roba da matti. Come riprendersi dalla botta? Il modo c’è. Ma non parliamone adesso.