Il basso e l’alto della politica

“Donne e muri si prendono dal basso”, dice un proverbio volgaruccio o qualcuno che non ricordiamo per smemoratezza. Volgaruccio sì, ma profondamente vero in politica. Nell’aver trascurato da lustri questa sostanziale verità consiste uno dei mali più devastanti dell’Italia. Pretendono i nostri governanti, senza distinzione tra progressisti e conservatori, tra destra e sinistra, che le cose possano riuscire ad aggiustarle partendo dall’alto. Un errore capitale della classe dirigente nostrana, che dirige se stessa anziché la nazione.

Prendiamo ad esempio la taumaturgica parola “riforme”, che fa giustamente paura ai pochi Italiani avveduti. Poiché l’iniziativa legislativa è concessa a tutti i parlamentari da un’improvvida Costituzione, ogni eletto, scambiando l’elezione per il Nobel dell’onniscienza, sente di dover assecondare l’impulso riformatore alimentato dall’albagia di saper plasmare la società intera, o qualche angolino d’interesse, a sua immagine e somiglianza. Quindi pretende una legge su tutto. Così si spiegano non solo le centinaia di leggi approvate nello scambio do ut des regolarmente praticato nelle Camere (a tacere delle Regioni!), ma anche le centinaia di migliaia di progetti di legge che incurvano i solai degli archivi parlamentari. Le leggi in tal modo calate dall’alto, in senso metaforico e in senso reale, vengono poi abbandonate a se stesse e in televisione fanno fare bella figura ai “riformatori” che se ne vantano a petto in fuori, mentre gli effetti si vedranno dopo anni e, se negativi come probabile, saranno orfani o disconosciuti. Per la maggior parte, le leggi sono o inutili o controproducenti e sopperiscono all’incapacità propriamente politica dei governanti. Infatti costoro, a tutti i livelli, si disinteressano (generalmente parlando, è chiaro) della loro applicazione minuta nella routine della vita vera, dove è più duro e meno pagante l’impatto con la realtà quotidiana, mentre le colpe i legislatori le scaricano sempre su altri.

Nei campi fondamentali dell’effettività della legge e del rigore nell’insegnamento, i governanti e gli amministratori, volgendo lo sguardo altrove e divagando, tradiscono la loro essenziale funzione che consiste nel rispettare e far rispettare le prescrizioni normative (ormai anche nominalmente edulcorate sotto il generico nome di “regole”) e nell’impartire la migliore educazione e il più efficace apprendimento.

Nei fatti, questi governanti e amministratori non sono consapevoli che tollerare le violazioni della legge cosiddette di poco conto inocula un batterio letale nella linfa dello Stato di diritto: il microrganismo dal basso delle piccole ferite sale ad infettarne in alto gli organi vitali. Lo stesso capita nell’insegnamento. La sciatteria, il lassismo, l’egualitarismo, ai quali indulge la classe docente (generalmente parlando, è chiaro anche qui) contraddicono il merito, lo studio, il sacrificio, ai quali i discenti dovrebbero essere formati. Non solo nel senso stretto del modo di acquisire l’istruzione; anche e forse soprattutto nel senso largo di preparazione alla vita civile. È sostanzialmente impossibile avere buoni cittadini senza basilare osservanza degli obblighi giuridici e della qualità scolastica, famiglia a parte. L’educazione civica impartita nelle scuole non serve a niente, anzi diventa controindicata, se dispensata come il resto dell’insegnamento. Restaurare il rispetto della legge e la serietà della scuola nella quotidianità, senza eccezioni, è decisivo. Agire in basso giorno dopo giorno con i piedi per terra anziché volare alto per finire come Icaro: realtà contro alterigia. Del resto, ogni agricoltore sa bene che la pianta si raddrizza finché è tenera.