Il ruggito del topo

Dunque, dopo aver fatto professione di puro altruismo politico in ogni dove, Luigi Di Maio punta i piedi ed esprime il suo poderoso ruggito del topo. Non ci sta a veder ridimensionato il suo ruolo nel prossimo Esecutivo del tirare a campare, così come non accetta di contare sempre meno all’interno della nebulosa pentastellata. Ma in realtà questo ambizioso giovanotto, che vanta un curriculum non indifferente di venditore di bibite allo stadio San Paolo di Napoli, non comprende che già l’essere rimasto (almeno formalmente) leader dei grillini rappresenta di per sé un lusso, soprattutto dopo l’ininterrotta sequela di disastri che hanno contraddistinto la sua azione politica. Tuttavia il dimezzamento dei voti ottenuto alle elezioni europee, oltre ad una serie di bastonate elettorali rimediate un po’ ovunque a livello locale, sarebbe stato sufficiente in un partito normale per costringerlo a passare la mano. Per non parlare dei pessimi risultati ottenuti dai provvedimenti portati avanti sotto l’egida del ministero del Lavoro e dello Sviluppo economico. Pessimi risultati i quali sono apparsi particolarmente stridenti con la sua continua e martellante propaganda a base di annunci inverosimili – vedasi abolizione della povertà urbi et orbi – rivelandone alla maggioranza degli italiani la grave inconsistenza programmatica.

In pratica, dato che i miracoli promessi in campo economico non si sono affatto realizzati, con un Paese entrato in una preoccupante fase di stagnazione, Giggino è stato identificato come il principale artefice di un fallimento annunciato. E da questo punto di vista risulta assai significativo che persino il ben poco concreto Giuseppe Conte, figura poco più che rappresentativa durante il Governo giallo-verde, lo stia surclassando sul piano dei sondaggi personali. Da qui il crescente nervosismo di un Di Maio alla spasmodica ricerca di un ulteriore distintivo, come potrebbe essere il mantenimento della poltrona di vicepremier e di un ministero di peso, onde puntellare la sua traballante condizione politica.

Ma i distintivi, al pari delle chiacchiere, non servono a molto se non sono sostenuti da un alto livello di consenso nel Paese e nel proprio partito-movimento. In tal senso il nostro eroe potrà pure, a forza di capricci, riottenere formalmente la stessa collocazione che godeva nel precedente Governo. Solo che il suo effettivo peso appare già da tempo irrimediabilmente ridimensionato, condannandolo ad un inevitabile destino di irrilevanza politica.