Nasce il Governo giallo-fucsia

Tutto come da copione. A conclusione del secondo giro di consultazioni il presidente Sergio Mattarella ha convocato questa mattina al Quirinale Giuseppe Conte per conferirgli l’incarico a formare il nuovo governo. Ieri, dopo la fine dei patetici balletti dei veti reciproci tra Movimento Cinque Stelle e Partito Democratico, l’accordo è stato siglato. Sarà Governo giallo-fucsia, a simboleggiare il patto degli sconfitti: giallo pallido per grillini convertiti alla religione dei poteri forti e una tinta pastello per i “dem” che della sinistra rossa non hanno più nulla, posto che abbiano mai avuto qualcosa che li identificasse con un partito socialista, o anche più moderatamente socialdemocratico.

Qualcuno lo troverà ingiusto, se ne faccia una ragione: nelle moderne democrazie i governi si formano in Parlamento e non nelle piazze. Certo, si potrebbe obiettare che il garante dell’unità nazionale avrebbe potuto dare ascolto al sentire diffuso nel Paese, non fosse altro per evitare un pericoloso distacco tra il potere della politica e la volontà del popolo sovrano. Ma non l’ha fatto, pazienza! È inutile piangere sul latte versato. Oggi che la destra si trova nuovamente all’opposizione se ne faccia una ragione e ricominci a costruire.

Per il futuro si può ripartire da alcune incontrovertibili certezze. La prima. Bisogna riconoscere alla classe dirigente del Partito Democratico la magistrale capacità di sfruttare la più piccola fessura che la controparte lascia aperta per infilarcisi e rovesciare la situazione. È dal 2006 che il centrosinistra non vince un’elezione politica. Eppure in questi 13 anni ha trovato il modo per presidiare la stanza dei bottoni. Merito loro o demerito degli avversari? Entrambe le cose. Comunque, chapeau! Sappiano Matteo Salvini e gli altri leader del centrodestra che i “dem”, una volta tornati alla guida del Paese, faranno di tutto per restarci fino all’ultimo minuto consentito. Il che significa che per ritentare la scalata bisognerà attendere la fine della legislatura tra abbondanti tre anni e mezzo. Tempo che per un’opposizione corrisponde a un’eternità. Senza l’effetto trascinamento dei media, con un’agenda politica congegnata dai nuovi padroni del vapore in modo da impedire all’opposizione di rendersi eccessivamente visibile, sarà impresa titanica per l’opposizione mantenere il gradimento degli italiani, almeno nelle percentuali raggiunte alle ultime Europee.

La seconda. Il “capolavoro” compiuto in questi giorni non solo ha risvegliato un Partito Democratico attraversato da convulsioni preagoniche, ma gli ha dato la forza di lanciare una contro-Opa, in concorrenza con quella lanciata e fallita dalla Lega, sul Movimento Cinque Stelle, resosi contendibile dall’esterno dopo la sconfitta delle Europee. La crisi irreversibile di credibilità presso il proprio elettorato, attestato dalla fuga di oltre 6 milioni di voti nel volgere di un solo anno, ha cancellato ogni traccia di pseudo-identità originaria del grillismo, trasformando il Movimento in uno zelig in grado di mutare forma per disorientare l’interlocutore. Tuttavia, l’alleanza organica di cui si parla in queste ore tra “dem” e Cinque Stelle non è neutra. Si tratta di un’annessione di fatto del grillismo, normalizzato e depurato dei suoi residui comportamentali di movimento anti-sistema e anti-establishment, per mano di un’area ideologico-culturale radicata nella storia delle famiglie politiche europee, in vista di un ritorno a un più comprensibile bipolarismo, fondato sulla contrapposizione destra-sinistra. Un primo effetto di tale operazione egemonica la si potrà riscontrare alle prossime scadenze elettorali dove il Partito Democratico proverà a replicare sui territori una formula che, sperimentata in Europa in occasione dell’elezione della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, sta per vedere la luce in Italia col Governo giallo–fucsia.

La terza. Il Movimento Cinque Stelle ha cambiato natura e ha cambiato leader. Sebbene sulla carta risulti essere ancora Luigi Di Maio, nella realtà non è più così. L’astro nascente del grillismo non più di lotta ma solo di governo è il premier Giuseppe Conte, le cui recenti mosse sono andate tutte in direzione di un suo definitivo affrancamento dalla subalternità a cui era costretto ai tempi del patto con la Lega. È stato l’azionista di maggioranza del Cinque Stelle, Beppe Grillo, a promuovere sul campo, meglio dire ad “elevare”, con chiaro significato iniziatico, il “profano” Giuseppe Conte a uno stadio politico superiore. Di Maio ha subìto la decisione suo malgrado. In proposito, gli va dato atto di prepararsi a uscire di scena con un certo stile. Ma Conte non sarà mai la guida suprema del Movimento. Al più si comporterà da amministratore giudiziario di un patrimonio di voti parlamentari che gli è stato affidato dal padrone della ditta. Il premier si procurerà di tenere ciò che resterà dei Cinque Stelle nel solco tracciato del revisionismo integrale rispetto alla critica all’europeismo, ai poteri forti dell’Unione e, più in generale, ai soggetti protagonisti della globalizzazione. Tale metamorfosi potrebbe tradursi in un’immensa opportunità per la Lega e i sovranisti di occupare uno spazio libero lasciato dai grillini in ritirata dai capisaldi della loro politica primigenia.

La quarta. Lo slittamento a sinistra del Cinque Stelle sbarra la strada alla deriva ambiguamente liberal-laburista che stava imboccando Forza Italia. L’odio nutrito dai grillini nei confronti di Silvio Berlusconi, e del mondo che lui rappresenta, non è diminuito. Neanche nelle ore della Caporetto pentastellata. Non è complicato immaginare che su di una cosa i supporter grillini di Conte saranno irremovibili con i nuovi padroni “dem”: non accetteranno mai di essere associati nella maggioranza parlamentare ai berlusconiani. Tale impedimento smonterà la velleità di qualcuno di accasarsi a sinistra, pur di non stare in alleanza con la Lega di Salvini. I dirigenti forzisti dovranno riconsiderare la possibilità di rimboccarsi le maniche e cominciare a lavorare all’interno del perimetro della coalizione per riprendersi la leadership del centrodestra, oggi saldamente nelle mani del “Capitano”. Non è detto che vi riescano, ma sarà già un successo aver schiodato i mandarini del berlusconismo dai loro scranni garantiti e averli costretti a sgobbare per portare a casa un buon risultato. Farà bene a loro e sarà un balsamo per le prospettive di resistenza del centrodestra nel gradimento della maggioranza degli italiani.

Ci sono alle viste tre appuntamenti elettorali di fondamentale importanza: le regionali di Umbria, Calabria, Emilia-Romagna. Lì il centrodestra si gioca il futuro prossimo. Una sonora sconfitta del nuovo asse dem-grillini non potrebbe non ripercuotersi con la forza di una scossa tellurica sull’assetto di un governo tutt’altro che solido. Bisogna tirare il fiato adesso e affrontare in apnea il primo ciclo elettorale. Vincere nelle regioni un tempo rosse deve essere l’imperativo categorico, impegnativo per tutto il centrodestra. Se non si corresse il rischio di essere fraintesi verrebbe di tornare a gridare alle truppe del centrodestra: “Boia chi molla!”. Perché, ieri come oggi, il concetto è rimasto uguale: se si vuole battere sul campo l’egemonia illiberale della sinistra non si deve mollare, anche se si è depressi per il gran casino combinato dal leader.