Cercasi premier per il governo dei perdenti

Ieri, nella calura di un’assolata e pigra domenica agostana, è comparso il nome di Roberto Fico, presidente grillino della Camera dei Deputati, nel borsino delle candidature alla premiership del costituendo governo giallo-rosso. L’interessato ha fatto sapere di non essere interessato a cambiare mestiere, sta benissimo alla Camera dei deputati e lì vuole restare da presidente. Ma dopo il no secco di Nicola Zingaretti a un Conte-bis e il conseguente stallo della trattativa con i grillini, gli strateghi del Partito Democratico non mettono da parte la carta destinata a sparigliare le fila, solo in apparenza compatte, dell’interlocutore.

Fico non è un grillino qualsiasi. È l’ultrà di sinistra presente dalla prima ora tra i Cinque Stelle. Nei mesi del Governo giallo-blu la sua opposizione all’intesa Salvini-Di Maio non è stata silente. Il suo odio verso la destra dura e pura incarnata dal sovranismo di Matteo Salvini non è un segreto per nessuno. Alleati e oppositori. Perciò i “dem” ritengono la sua promozione a capo del nuovo Governo il segno più eloquente della discontinuità richiesta in premessa di negoziato ai grillini. Situazione non poco bizzarra. Luigi Di Maio, pur di evitare le urne, dovrebbe accettare di abiurare  la linea politica del governo di cui è stato orgoglioso portabandiera. E negare all’osannato Giuseppe Conte la gioia di un bis a Palazzo Chigi.

Lo schiaffo che il giovane capo politico del Cinque Stelle dovrebbe sopportare a titolo di pentimento per il suo tormentato feeling con il male assoluto leghista si materializzerebbe nell’assegnazione della poltrona di Capo del Governo, da lui vanamente desiderata, all’acerrimo nemico interno. Eppure, Roberto Fico nel Movimento ha sempre contato poco o nulla, proprio per le sue posizioni prossime alla sinistra oltranzista. Francamente, viene complicato capire se quella di Zingaretti sia stata una provocazione, l’ennesima, per farsi dire di no da Di Maio alla creazione in vitro di un ibrido mostruoso, oppure sia la scelta meditata della solita classe dirigente del Partito Democratico che, come opportunamente osserva Emanuele Macaluso - storico dirigente del Partito Comunista Italiano - dalle colonne dall’Huffington Post, avendo rinunciato al gusto per la battaglia politica e culturale onde affermare le proprie idee, preferisce le scorciatoie delle congiure di palazzo e dei giochi dei bussolotti in Parlamento per riprendersi il potere.

Tuttavia, nell’evoluzione della crisi di governo, non è solo in ballo la questione degli equilibri politici i quali, secondo il nuovo vangelo grillino, possono essere spostati a destra o a sinistra con assoluta disinvoltura, come se la cosa non comportasse significative differenze per la vita e il futuro della comunità nazionale. Ha ragione solo parzialmente l’altro grande vecchio della politica italiana, Ciriaco De Mita, quando asserisce che la politica è pensiero. Se fosse solo pensiero la politica sarebbe filosofia. In realtà, la politica è pensiero in atto, è decisione. È, sebbene temperata dai processi codificati della democrazia, capacità decisionale sullo stato d’eccezione.

Ora, però, è da accertare dove sia il pensiero e dove la decisione in un sistema politico degradato quale quello che convenzionalmente è definito “Seconda Repubblica”. Se Luigi Di Maio, obtorto collo, accettasse l’offerta al veleno del Partito Democratico di dare Palazzo Chigi al pacifista, terzomondista, antimilitarista, iper-ambientalista, teorico della decrescita felice, nemico giurato dello sviluppo infrastrutturale del Paese, Roberto Fico, cosa sarebbe dell’Italia? Dei suoi rapporti atlantici? Della difesa dei confini nazionali? Del suo ruolo strategico nel quadrante del Mediterraneo? E della costruzione delle Grandi Opere? Ci sarebbe il ritorno alla civiltà preindustriale?

In uno Stato costituzionale a base liberale ci sta che vi siano correnti di pensiero molto diversificate tra loro, ma è principio inderogabile della forma democratica che l’ultima parola spetti al popolo. Siano gli elettori a decidere se essere o meno governati da fautori di un’idea involutiva dello sviluppo economico e sociale. Se vogliono far tornare i Grasso e le Boldrini nella stanza dei bottoni lo dicano gli italiani, non lo decida un accrocco di bottega tra perdenti.

Alcuni autorevoli opinionisti salutano come evento epocale l’accordo tra Partito Democratico e Cinque Stelle. Per costoro il patto di governo segnerebbe il passaggio definitivo di una forza inizialmente anti-sistema e populista, il Cinque Stelle, a una fase di responsabilità e moderazione nell’ambito degli assetti politici europei. Come un rito iniziatico di passaggio dalla pubertà all’età adulta dei grillini. Insomma, da quelli che... il Parlamento lo aprono come una scatoletta di  tonno a quelli che... tonni, nella scatoletta ci si vanno a rinchiudere, per riprendere una salace battuta di Giorgia Meloni. Comunque, ci sta che si cambi idea, che si diventi altro, magari una nuova Democrazia Cristiana con tanto di correnti di sinistra, di destra e dorotee. Ma bisogna domandare agli italiani quale debba essere il futuro governo e non pararsi dietro la foglia di fico della libertà del mandato parlamentare. Poi, proprio da un partito che nelle sue carte fondanti aveva inserito la battaglia per l’introduzione in Costituzione del vincolo di mandato per i parlamentari eletti. Proprio loro che si definivano portavoce dei cittadini, nella forma più scarna, asettica, della rappresentanza politica intesa quale meccanicistico trasferimento nelle sedi istituzionali della genuina, inalterata e non intermediata volontà popolare.

Pur di tenere la poltrona i grillini sono pronti a negare se stessi. Pur di riprendersi il potere i “dem” sono pronti a sottoscrivere qualsiasi nefandezza, facendo ipocritamente credere all’opinione pubblica che evitare le urne sia una battaglia di libertà. O, come scrive Emanuele Macaluso: “Accettare tutto, anche una scelta incomprensibile per il suo popolo, rinunciare a un punto di vista autonomo nella società italiana, pur di fare il governo. E fermare Salvini, come se questo fosse il nazismo, appunto, a tutti i costi”. Ma “le elezioni non sono il nazismo e la guerra, sono semplicemente un appuntamento democratico, in un paese democratico”. Una curiosità ci assale: il presidente Sergio Mattarella avrà letto l’articolo di Emanuele Macaluso?