La campanella livorosa di Conte ed il dilemma di Mattarella

In quattordici mesi di governo il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte non si era mai accorto della inaffidabilità politica e personale del suo vice presidente del Consiglio nonché Ministro dell’Interno Matteo Salvini. L’ha scoperto nel momento in cui il leader della Lega ha staccato la spina del governo. Ed in base a questa consapevolezza postuma ha riempito di contumelie il suo ormai ex collaboratore e partner governativo arrivando addirittura a rimproverargli l’uso ingiustificato di simboli religiosi dimenticando di aver esibito allo stesso modo la propria devozione a Padre Pio.

I media antisalviniani ed antielezioni hanno salutato il discorso di Conte come la nascita di un leader. In realtà l’intervento del Presidente del Consiglio dimissionario va paragonato al passaggio delle consegne tra Enrico Letta e Matteo Renzi, con il primo per nulla “sereno” ma carico di livore e rabbia nei confronti di chi gli aveva fatto lo sgambetto e lo aveva estromesso da Palazzo Chigi. La manifesta tendenza a personalizzare al massimo le alterne fortune della vita pubblica mettono fuori gioco Conte dall’attuale fase politica. Non può essere l’artefice di una impossibile ricucitura del M5S con la Lega ed , al tempo stesso, non può essere il personaggio che, dopo aver piegato la tesa alle intemperanze anti-istituzionali di Salvini, può rappresentare il punto di equilibrio di un esecutivo fondato da un contratto tra Pd e grillini.

Qualcuno pensa che Conte possa diventare il sostituto di Di Maio alla guida del M5S in una eventuale campagna elettorale. Ma come potrebbe mai l’elettorato grillino abituato alla protesta ritrovarsi con chi si è totalmente identificato con l’ortodossia istituzionale?

Chi esalta il Presidente del Consiglio dimissionario solo perché le ha cantate a Salvini guarda il dito e non scorge la luna. Che è rappresentata dall’eventuale sbocco della crisi. Voto e governo di legislatura fondato sull’intesa tra Pd, Leu e M5S?

Se questa è l’alternativa Sergio Mattarella, che per propria formazione sarebbe più portato a favorire la formazione di un governo di sinistra capace di evitare le elezioni anticipate, deve tenere conto di due fattori. Il primo è il tempo. Per varare il contratto di governo tra Lega e Cinque Stelle ci vollero più di cinquanta giorni di trattative. Può il paese permettersi una paralisi del genere per consentire a Pd e M5S di fare il loro contratto? Il secondo è di scenario politico. Il voto anticipato ad ottobre provocherebbe il ritorno al bipolarismo classico, con il centro destra a trazione leghista e con un Pd ritornato ad essere l’unica alternativa credibile allo schieramento moderato visto il declino inarrestabile del movimento grillino.

A chi darà ascolto il Capo dello Stato? Alle prospettive di paralisi od a quelle di un ritorno ad un paese normale?