Quali politiche per l'immigrazione?

L’ondata migratoria che si sta abbattendo da qualche anno sull’Europa provoca, ormai da troppo tempo, un numero di vittime che non può lasciare nessuno indifferente. Sebbene queste siano diminuite negli ultimi anni (secondo dati Unhcr 4578 nel 2016, 2873 nel 2017, 1311 nel 2018 e in ulteriore diminuzione nel 2019) sono sempre troppe, specialmente considerando che è nel contempo cresciuto anche il numero di coloro che sono detenuti nelle carceri libiche, dove sono costretti a subire ogni sorta di torture e sevizie.

La stessa Unione europea e il Trattato di Schengen sono oggi messi in discussione anche per i disaccordi che sono sorti sul tipo di politica che sarebbe più opportuno adottare. Le due opposte strategie che sembrano fronteggiarsi possono essere grosso modo riassunte come segue: da un lato ci sono i paesi del sud Europa, come la Grecia o l’Italia, che vorrebbero organizzare e gestire l’accoglienza di migranti sul territorio europeo tramite un’equa ripartizione di quote tra i paesi membri; dall’altro ci sono i paesi del nord e dell’est Europa che si stanno orientando sempre più esplicitamente per porre degli argini nazionali all’ondata migratoria, considerando la ripartizione di quelli che continueranno comunque ad arrivare una questione subordinata.

La prima strategia (quella della quasi totalità dei paesi nordeuropei ed esteuropei) sembra a molti in genere più realistica, ma ad altri anche “spietata”; la seconda, forse meno realistica (almeno per i primi), ma nel complesso più “umana”. Il dubbio che può sorgere rispetto a quest’ultima posizione rischia però di capovolgere quest’impressione.

Il dubbio è il seguente: se qualche forza politica al governo è davvero convinta che un’accoglienza illimitata possa costituire la soluzione del problema, o almeno quella che provoca il male minore, e quindi che non debba essere costruito alcun tipo di muro, o argine, o filtro utile per difendere i confini nazionali o europei, perché non provvede a far arrivare i migranti senza foraggiare le organizzazioni criminali che gestiscono attualmente il loro traffico facendone strage? Ciò sarebbe infatti possibile in una maniera molto semplice.

La tariffa media che bisogna pagare alle organizzazioni criminali per tentare di arrivare in Europa si aggira intorno ai 5000 euro. Si potrebbe allora stabilire che chiunque voglia venire - per esempio, in Italia - possa recarsi nel consolato italiano più vicino - nel proprio paese se ve n’è uno, o in un paese limitrofo - e fare la richiesta di visto, che potrebbe, per esempio, avere un costo di 3500 euro. Una volta giunto in Italia con regolare volo di linea i soldi che ha versato per il visto gli sarebbero restituiti in tre rate mensili. La spesa complessiva risulterebbe senz’altro assai minore, la sua parte più cospicua verrebbe restituita al migrante e, soprattutto, questi potrebbe viaggiare in tutta sicurezza. Dopo il terzo mese di soggiorno si potrebbe fare il punto della situazione: se ha trovato un lavoro, anche a tempo determinato, e se naturalmente nel frattempo non ha commesso reati, il permesso di soggiorno gli verrebbe rinnovato. Altrimenti, con i 500 euro trattenuti dallo Stato verrebbe organizzato il suo rimpatrio.

Questo tipo di provvedimento avrebbe alcuni indubbi vantaggi: in primo luogo eviterebbe la morte di molte persone in mare; poi sottrarrebbe enormi risorse a tutte le organizzazioni criminali che gestiscono attualmente il traffico dei migranti; in terzo luogo consentirebbe l’identificazione di chi arriva e agevolerebbe sia il suo eventuale rimpatrio che l’eventuale trasferimento in un altro paese europeo; inoltre, avrebbe costi minori per lo Stato e determinerebbe un incremento della domanda interna del paese che dovesse adottarlo.

Ma per quale motivo nessun governo in linea di massima favorevole ad accogliere un numero imprecisato di migranti ha sino ad oggi avanzato una proposta del genere? Perché nessuno dei principali partiti della sinistra italiana od europea ha mai proposto una soluzione di questo tipo, pur sostenendo incessantemente i valori della solidarietà e dell’accoglienza? Probabilmente perché anche quei partiti sanno perfettamente che in questo modo si correrebbe il rischio di veder arrivare un numero di persone esorbitante, delle quali né un singolo paese né l’Europa nel suo insieme riuscirebbero a farsi carico conservando i principi fondamentali della propria civiltà e dello Stato di diritto.

Per evitare questa scelta e non dare nel contempo l’impressione di attuare una politica inumana verso i migranti si è così continuato a far gestire il loro traffico a organizzazioni criminali internazionali. Il lavoro sporco, l’opera dissuasiva, è stata affidata a loro, che hanno in effetti provveduto, almeno in una certa misura, a scoraggiare (con stragi, stupri di massa e varie forme di tortura) un po’ di persone dal mettersi in viaggio in cambio della gestione del traffico di tutti gli altri.

Viceversa, se qualche gruppo o leader politico fosse davvero convinto che sia ingiusto erigere muri o frapporre barriere, come anche il Pontefice sembra spesso sostenere, la soluzione sarebbe stata semplice e sarebbe tutt’oggi facilmente praticabile. Il non averla mai presa in considerazione, l’essersi comunque affidati a organizzazioni criminali per la gestione del fenomeno, rivela perciò una certa ipocrisia e una notevole dose di cinismo.

Probabilmente, però, una volta che questa fosse adottata, anche per soli tre mesi, chiunque potrebbe constatare che le barriere, i muri (o come li si voglia chiamare) sono purtroppo necessari, a meno che non si voglia far recitare al mare il ruolo di un muro invisibile, ma non per questo meno spietato. Allora la discussione potrebbe finalmente spostarsi su questioni più concrete e meno divisive: quale sia il modo migliore per scoraggiare le partenze senza produrre stragi e senza ledere diritti fondamentali di ogni essere umano, quali i modi più efficaci per organizzare corridoi umanitari dalle zone di guerra, quali gli impegni che l’Europa dovrebbe assumere per rendere la difesa delle proprie frontiere compatibile con il saper fronteggiare in maniera razionale e “umana” la tragedia epocale provocata dalla crescita demografica.