I cacciatori della “bestia braccata” sono invecchiati

Gianluca Savoini sta a Matteo Salvini come Mario Chiesa stava a Bettino Craxi e le olgettine a Silvio Berlusconi. Forti di queste equivalenze, è partita la caccia mediatico-giudiziaria contro il leader della Lega e vicepresidente del Consiglio secondo gli schemi e le tecniche sperimentate nel passato. Di questa caccia ciò che colpisce non è solo la ripetitività del lessico che viene usato, delle procedure che vengono attivate e dei toni esasperati fino al limite dell’isteria che rendono irrespirabile il clima politico del Paese. Sono i soggetti che danno vita a questa campagna d’odio, gli stessi che portarono avanti le campagne di linciaggio condotte nei decenni passati contro Craxi e Berlusconi. Oggi invecchiati ma così carichi di livore da far pensare che partecipare al circo mediatico-giudiziario contro il nemico di turno sia per loro una sorta di terapia per ritornare indietro nel tempo e rivivere i tempi felici della propria giovinezza.

Può essere che trasformare Salvini nella “bestia braccata” che presto o tardi farà la stessa fine di Craxi e Berlusconi sia un metodo di ringiovanimento dei vecchi tromboni. Ma non è detto che riesca a conseguire gli stessi risultati ottenuti in passato. Per la semplice ragione che il circo mediatico-giudiziario, quello che produsse la rivoluzione giudiziaria degli anni Novanta con la cancellazione di tutti i partiti democratici del dopoguerra e produsse la frantumazione del centrodestra che governava il Paese e l’espulsione dal Governo e dal Parlamento del Cavaliere, è stato superato dalle innovazioni tecnologiche e dalle trasformazioni politiche e sociali.

I media tradizionali, dai giornali alle televisioni che erano gli unici soggetti in grado di incidere sull’opinione pubblica, sono stati sopravanzati dai social network. E la magistratura, che per un ventennio è stata dipinta come la spada fiammeggiante destinata a recidere tutte le nequizie e le storture della politica, ha perso il ruolo di vendicatore etico sotto il peso del discredito derivante dalla propria crisi interna e dal protagonismo ingiustificato ed insopportabile di alcuni suoi componenti.

La caccia alla “bestia braccata”, allora, non ha un esito scontato come nel passato. Rischia di essere controproducente. Come l’esempio di Donald Trump negli Stati Uniti insegna.