La giustizia mediatica colpisce ancora

Dunque la suprema Corte di Cassazione ha confermato la condanna di vent’anni ai danni di Antonio Logli reo, secondo la verità processuale, di aver ucciso la moglie Roberta Ragusa e di averne distrutto il corpo.

Giustizia è fatta? Personalmente non credo proprio, almeno nel senso di una giustizia in grado di superare con prove schiaccianti ogni ragionevole dubbio. Anche perché prove in questa ennesima vicenda finita sotto i riflettori deformanti dei media si fa veramente fatica a trovarne, se non quelle considerate tali dai numerosi adoratori di un colpevolismo a prescindere. Tant’è, mi permetto di ricordare ai più distratti, che lo stesso Logli fu inizialmente prosciolto dal Giudice per le indagini preliminari in forza di un impianto accusatorio che sembrava francamente inconsistente. Ma in seguito, sebbene non siano emersi elementi tali da giustificare una condanna, ripeto, oltre ogni ragionevole dubbio, l’imputato è entrato in quel ben conosciuto tunnel mediatico-giudiziario alla fine del quale, come accaduto nella stragrande maggioranza dei casi finiti nel tritacarne dei citati media, c’era il vicolo cieco di una condanna certa.

A questo proposito risultano molto illuminanti le profetiche dichiarazioni (dato che sono state rilasciate qualche ora prima del pronunciamento della Cassazione) espresse in merito dall’illustre criminologo e psichiatra, Alessandro Meluzzi: “Nonostante non ci sia alcun elemento di prova determinante, non ci dovrebbero essere dubbi circa la conferma della condanna. Si tratta di un altro ed ennesimo caso di condanna utile senza alternative. Non essendo stato possibile ricostruire una narrazione diversa, alla fine ci si è rifugiati nel solito ‘non può che essere stato lui’. Salvo un ripensamento, Logli sarà condannato in assenza di un vero elemento di prova come è stato con Bossetti, nel caso di Erba e tanti altri”.

Ed in questa, a mio avviso, poco esaltante pagina di giustizia un contributo importante lo ha fornito il programma di Rai 3 “Chi l’ha visto?”. Un programma spesso incisivo nella sua ragione sociale di occuparsi delle persone scomparse, ma altrettanto spesso meritevole di biasimo quando mostra un evidente accanimento colpevolista ai danni dell’imputato di turno. Tanto da travalicare ampiamente i confini di una moderna concezione del diritto, arrivando a sostenere indirettamente una barbarica inversione della prova.

Una dimostrazione di ciò l’ha ampiamente fornita in diretta Paola Grauso, inviata della popolare trasmissione che si è sempre occupata del caso, allorché si è permessa di contestare agli avvocati del Logli, usciti piuttosto sconvolti dal “Palazzaccio”, il fatto che questi ultimi non sarebbero riusciti a produrre una convincente ricostruzione alternativa rispetto a quella proposta dall’accusa. Dunque, dobbiamo concluderne che per questa esimia giornalista l’onere di dimostrare la propria innocenza grava sull’imputato, secondo un modello inquisitorio che ci riporta ai fasti dell’ordalia medievale.

Ma quando in un Paese si fa strada questa cultura, obiettivamente regressiva, della giustizia, basata su ancestrali e rassicuranti bisogni di cercare “un” colpevole, anziché “il” colpevole, per noi inguaribili garantisti la pervasiva sensazione di essere un po’ tutti in libertà vigilata diventa quasi ossessiva.