Forza Italia

Forza Italia non ha un problema. È un problema, e forse pure un equivoco. Essa nacque come partito liberale di massa. Ne aveva un genuino programma. Poi stemperato in un generico moderatismo che potesse intercettare tutta l’avversione elettorale, palese od occulta, alla sinistra postcomunista. Forza Italia, fallita la rivoluzione liberale peraltro neppure tentata o semplicemente accennata, tentò di farsi neodemocristiana. Abbandonò l’etichetta liberale. Divenne inidentificabile, ideologicamente. Prese a scimmiottare la Dc, senza averne le radici politiche, sociali, culturali. Sempre a caccia dei voti da qualunque parte provenienti, appariva ed era una demi-vierge amoreggiante con amanti fissi e occasionali. A misura che lo scontro del 27 marzo 1994, che fu un “18 Aprile” senza la Guerra fredda, si stemperò e la poesia del secondo salvataggio dell’Italia dagli epigoni del comunismo nostrano (questo fu il 27 marzo, come sa oggi anche chi lo negò allora!) digradò nella routine d’una prosaica Seconda Repubblica, Forza Italia, sebbene talvolta trionfante elettoralmente, perse la sua funzione originaria. Governare non le servì a salvarsi l’anima, perché giudicò conveniente svenderla come un’ingombrante anticaglia.

È carico d’involontaria ironia il riconoscimento unanime che tutti i responsabili del declino fanno dei problemi sotto gli occhi. Ma i tapini non giungono a concludere che, quando il partito di cui sono annosi dirigenti ha troppi problemi, esso stesso diventa il problema. Ed è patetico sentirli sragionare di ricostruzione delle strutture associative, di radicamento nel territorio, di ascolto dell’elettorato, di elaborazione delle priorità, di ripartire dal popolo. La ruggine della macchina sarà pure importante ma decisiva è la ruggine del cervello. Le meningi di Forza Italia sono atrofiche da un pezzo. Lo scivolamento verso il basso consenso e l’irrilevanza parlamentare sono determinati dalla mancanza di idee politiche, progetti di vasta portata, proposte concrete attuabili. Il simbolo di Forza Italia è una bandiera stilizzata. Eppure, chi la sventola, non sa più per quale ideale, se non la sopravvivenza.

A ben guardare, Forza Italia è bloccata dal dilemma della scelta, esiziale nella storia dei partiti, e non solo. Fa pensare al sofisma dell’asino di Buridano, che si lascerebbe morire per non scegliere tra il cibo e l’acqua. Sennonché il dilemma, qui, è reale, non capzioso. La mancanza di scelta è fatale sul serio. L’irresolutezza getta ambiguità sui destini del partito e disorienta, a dir poco, i simpatizzanti in atto e potenziali. Persino la collocazione all’opposizione appare equivoca, sospesa com’è tra patetiche serenate al vecchio amore e recriminazioni per l’abbandono: sperato momentaneo, temuto definitivo. Un’opposizione, i cui banchi sono pur sempre i più comodi, che tuttavia viene esercitata con evidente disagio, tanto sguaiata nelle espressioni parlamentari quanto evanescente nei contenuti politici. Il realismo non spinge ancora Forza Italia a porsi la domanda drammatica: “Al servizio di quale politica”? Noi abbiamo dal 1994 la stessa risposta, basata sulla verità storica. Inevitabilmente, un partito che non ha una specifica funzione politica, si atrofizza.

La funzione politica di Forza Italia non può che essere il liberalismo, fugando ogni dubbio ed escludendo ogni doppiezza. Il partito del liberalismo non può essere edificato sopra un inganno, non può operare mostrando una dissociazione tra le parole e i fatti. Programmi ed attività devono essere chiari e corrispondenti. Le azioni devono essere coerenti con le idee. Diversamente è tutto un imbroglio che anche i più creduloni non tardano a scoprire, disamorandosi lentamente ma inesorabilmente di un partito che ha sbiadito la sua carta d’identità fino a renderla irriconoscibile.