Lega: il risiko delle poltrone

Sono passati giorni dal trionfo leghista alle Europee ed è di ieri la vittoria del centrodestra ai ballottaggi di alcune città storicamente amministrate dalla sinistra che ancora analisti politici, opinionisti e commentatori non si capacitano del successo di Matteo Salvini. Sfugge a molti di essi la ragione di fondo della vittoria leghista. Si parla di voto di pancia della gente e di sollecitazione degli istinti più bassi del popolino.

Qualcuno, con espressione inelegante, evoca un risultato legato al voto delle classi subalterne. Stupidaggini, frutto di un’incapacità a leggere nel profondo le potenzialità di un pensiero politico complesso sorretto da un’organizzazione partitica di collaudata efficacia. I Cinque Stelle hanno provato a imitare gli alleati nel darsi una struttura compatta ma la presenza al loro interno di molteplici anime, litigiosissime, lo ha impedito. Poi, l’inesperienza amministrativa dei giovani pentastellati ha fatto il resto. Al contrario, definire la squadra di Governo leghista un team è financo riduttivo, più appropriato parlare di falange macedone che si muove nelle stanze del potere con straordinaria coordinazione. L’opinione pubblica ha colto la peculiarità del modus agendi leghista, maturato anche grazie alla pluridecennale esperienza nell’amministrazione dei territori. Non a caso l’exploit delle Europee è stato scandito dal costante successo nelle elezioni regionali che si sono succedute dopo le politiche dello scorso anno. Perché? La risposta non può essere nella semplificazione che ne fanno alcuni degli sconfitti. Non si può dire che la Lega abbia vinto perché in Italia cresce il razzismo. La gente ha voglia di buon governo del quotidiano. Come da anni in Veneto e in Lombardia. È l’aspirazione al senso di sicurezza che deriva dal vedere all’opera persone che sanno il fatto loro.

Da Bolzano a Lampedusa, gli italiani cominciano a fidarsi di Salvini non perché sia la controfigura del Duce ma perché, semplicemente, guida una macchina che funziona non soltanto nella comunicazione. Le opposizioni, in particolare quelle dei salotti mediatici occupati stabilmente dai soliti noti radical-chic progressisti, non lo comprendono, perciò preferiscono attardarsi su interpretazioni caricaturali del fenomeno leghista.

Un esempio, per intenderci. La scorsa settimana, nei giorni 6 e 7 giugno, si è svolto il Consiglio di Giustizia e Affari interni della Ue, in pratica il summit dei ministri degli Interni dei Paesi dell’Unione. Il tema del meeting prevedeva uno scambio di opinioni sul futuro della politica dell'Ue in materia di migrazione e asilo alla presenza dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati e del direttore generale dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni. Scopo della riunione non era di assumere provvedimenti concreti ma di stabilire orientamenti generali sui temi in discussione, a cominciare dalla proposta di riforma della direttiva sul rimpatrio. Non era il primo meeting del genere disertato da Salvini. Il che non vuol dire che l’Italia non fosse rappresentata. Al posto del ministro dell’Interno ha partecipato ai lavori il sottosegretario Nicola Molteni, anch’egli leghista. Apriti cielo! Per giorni i “giornaloni” hanno battuto sul medesimo tasto: la strafottenza di Salvini che trascurerebbe di proposito i suoi doveri istituzionali. Proprio non hanno capito nulla di come funzioni la macchina da guerra leghista. Il capo c’è quando occorre che ci sia, altrimenti sono gli uomini della squadra, competenti nelle specifiche materie, a fare il lavoro esecutivo. Funziona così anche al Viminale. Si fa un gran parlare di un Salvini assente dal posto di lavoro. Ma chi credete che mandi avanti la baracca al ministero? Il “Capitano” fa il front-man ma a pedalare, da basso in sala macchine, per usare un’espressione marinara, ci sono i sottosegretari “macchinisti” Nicola Molteni e Stefano Candiani, i pretoriani del capo all’interno del Viminale.

Luigi Di Maio, invece, accentra tutto su di sé perché un sistema di distribuzione dei compiti tra i suoi non se lo può permettere. Immaginatevi cosa accadrebbe se il vice-premier grillino affidasse qualche negoziato di competenza del ministero dello Sviluppo economico, di cui egli è titolare, ad Alessandro “cavallo pazzo” Di Battista. Il giorno dopo ci ritroveremmo in guerra con mezzo mondo occidentale. Ora, si fa un gran parlare di rimpasto nella compagine governativa. È probabile che qualcosa stia bollendo in pentola. Luigi Di Maio ha fretta di riportare serenità nei rapporti con la Lega perché ciò si rifletterebbe in positivo all’interno del suo Movimento che resta in ebollizione dopo la scoppola rimediata alle Europee. Salvini non ha fretta di rimescolare le carte. Con fredda razionalità sta componendo il quadro d’insieme della scena politica interna ed europea per capire quali mosse siano più opportune.

Intanto, gli alleati di governo hanno evitato il tranello teso loro dai partner europei i quali hanno provato a rifilare all’Italia la polpetta avvelenata di un incarico di vertice all’ex-premier Enrico Letta. Il veto posto sul nome di Letta alla presidenza del Consiglio europeo spiana la strada a un “miracolato” Antonio Tajani che nel gioco delle poltrone potrebbe mantenere la presidenza del Parlamento europeo. C’è poi un membro della prossima Commissione europea da candidare per l’Italia e c’è, nell’immediato, da individuare il nome del ministro delle Politiche europee, rimasto scoperto dopo il passaggio del professor Paolo Savona alla presidenza della Consob. I rumors di palazzo danno per scontata una doppietta leghista nelle due posizioni chiave per condizionare i futuri rapporti con l’Unione europea. Salvini non vuol sentire parlare di “tecnici”.

Tra le candidature “politiche” i nomi che circolano sono quelli di Giancarlo Giorgetti alla Commissione a Bruxelles e di Guglielmo Picchi, attuale sottosegretario agli Esteri, al ministero per le Politiche europee. Sarebbe anche in gioco il nome di Enzo Moavero Milanesi, attuale ministro degli Esteri, caldeggiato dall’inquilino del Quirinale per la poltrona di commissario. Tuttavia, è assai improbabile che passi, vista l’intenzione di Salvini di avere propri uomini di fiducia a Bruxelles nel momento in cui si prepara ad entrare personalmente nell’interlocuzione con i vertici Ue, non ritenendo che la materia debba restare nelle sole mani dell’attuale presidente del Consiglio Giuseppe Conte e del ministro dell’Economia Giovanni Tria. Viene altrettanto difficile immaginare che Salvini voglia privarsi del “macchinista” Giorgetti che da Palazzo Chigi muove gli ingranaggi dell’attività governativa e occupa la postazione strategica di Segretario generale del Cipe, il Comitato interministeriale per la programmazione economica. Maggiori quotazioni per uno dei due incarichi in palio le ha, invece, l’altro uomo forte della falange leghista, il veneto Lorenzo Fontana, oggi in stand-by al ministero della Famiglia. Fontana ha due assi nella manica: è in totale sintonia col capo che di lui si fida ciecamente e poi conosce la struttura organizzativa dell’Unione europea avendola frequentata per molti anni da europarlamentare della Lega. Lorenzo Fontana ha rapporti personali con Marine Le Pen e con altri leader sovranisti europei con cui cominciare a costruire nelle istituzioni comunitarie l’opposizione alla maggioranza pro-establishment che si va delineando anche per questa nuova legislatura.

Se dovessimo scommettere un euro su chi parte e su chi resta a casa nel giro di valzer europeo, lo punteremmo su Fontana a Bruxelles dove, tra l’altro, ha moglie e figlia, su Giorgetti inchiodato alla poltrona di sottosegretario alla presidenza del Consiglio mentre daremmo solo piazzato Guglielmo Picchi per il ministero delle Politiche europee. Fanno da freno alla sua nomina la sua vasta competenza nel comparto della Difesa che lo rende più idoneo alla casella ministeriale che resta un nervo scoperto della strategia egemonica leghista e il suo trascorso nei ranghi di Forza Italia che fa storcere il naso a qualche leghista della prima ora. Poi, alla fine, decide il “Capitano” e la squadra si allinea, coperta e compatta. Come una falange macedone.