Def 2019: alle porte il darwinismo industriale

Il Documento di Economica e Finanza 2019 è cosa seria perché restituisce la perfetta rappresentazione delle intenzioni del Governo in ordine alle sorti del Paese.

L’obiettivo fondamentale, si legge nel Documento, “è il ritorno a una fase di sviluppo economico contraddistinta da un miglioramento dell’inclusione sociale e della qualità della vita, tale da garantire la riduzione della povertà e la garanzia dell’accesso alla formazione e al lavoro, agendo al contempo anche nell’ottica di invertire il trend demografico negativo”. Che non è affatto una cattiva cosa. Il problema, semmai, riguarda i mezzi finanziari con i quali colpire gli obiettivi prefissati. Le forze di maggioranza sostengono che in prospettiva le risorse ci saranno, le opposizioni invece gridano al disastro appena dietro l’angolo. Vi sarebbe molto di cui ragionare ma, per la politica, l’esito del confronto sul Def si è insterilito su di un poco rilevante punto di controversia: la previsione di crescita del Pil per il 2019 prudenzialmente fissata al +0,1 per cento che contraddice la stima del +1 per cento sulla quale è stata costruita la legge di Bilancio in vigore. Giuseppe Conte & soci hanno mentito agli italiani? Se si riflette sugli eventi che hanno mosso il panorama geopolitico nell’ultimo anno si scoprirà che la previsione incriminata è stata elaborata in un momento nel quale la stagnazione economica internazionale si cominciava solo a profilare. La stima di crescita al +1 per cento era stata agganciata alla previsione del Prodotto interno lordo della Germania. Perché? La produzione manifatturiera italiana è proiettata all’esportazione, in particolare verso la Germania e la Francia. È del tutto evidente che se, per cause esogene, i principali buyer frenano sugli acquisti, per effetto di trascinamento la produzione nostrana subisce una flessione.

Ora, il problema che la politica dovrebbe porsi non è di chi sia la colpa del rallentamento, se del Governo di prima o di quello che c’è adesso, ma della versatilità di un modello produttivo che non trova sufficienti spazi di mercato. Tale considerazione richiama l’interrogativo sulle responsabilità delle classi dirigenti per aver rinunciato a dotare il sistema-Paese di un piano industriale sostenibile.

Tuttavia, nonostante il vulnus strutturale della nostra manifattura, accade che l’Agenzia europea Eurostat, pubblicando i dati sulla produzione nell’Area Euro e nell’Unione a 28 Paesi, per il mese di gennaio 2019, rilevi il balzo della produzione industriale italiana con un incremento del +0,8 per cento. L’entusiasmo per il dato positivo ha spinto l’agenzia finanziaria Bloomberg a parlare di “effetto Tiramisù” sul nostro manifatturiero. Scrivono gli analisti di Bloomberg: “Il rimbalzo della produzione italiana fa ben sperare per un’uscita dalla recessione”. Tale novità suggerisce di rileggere il “Rapporto sulla competitività dei settori produttivi” pubblicato di recente dall’Istat ed al quale il Def ha dedicato un focus alla rubrica: “Performance delle esportazioni italiane: ostacoli e impatto degli shock esterni”, per verificare in quali settori si siano registrate le migliori performance e quali mercati siano stati più recettivi nonostante il rallentamento del ciclo economico e considerata l’aggravante della ripresa della guerra dei dazi. È intuibile che non sia stato il segmento dell’automotive ad avere invertito la rotta. Nel Def si osserva che: “L’industria dell’auto e della componentistica italiana, che coinvolge più di 250mila addetti (tra diretti e indiretti) e quasi 6000 imprese, nel 2018 ha infatti registrato un calo della produzione rispetto all’anno precedente (-3,4 per cento), così come un calo del fatturato e degli ordinativi (rispettivamente -2,1 per cento e -2,4 per cento)”. E il dato, in prospettiva, non dovrà affatto dispiacerci. È tempo che la nostra economia recida il cordone ombelicale che ha legato il Paese, dal secondo dopoguerra, alla produzione automobilistica condizionandone le possibili traiettorie alternative di sviluppo. Un piano industriale aiuterebbe tutte le componenti della produzione a marciare armonicamente nella stessa direzione e, soprattutto, a non sprecare soldi pubblici per investimenti in settori poco attrattivi o scarsamente remunerativi. Il Def una parziale risposta alla domanda di programmazione la offre. Ma non è detto che sia quella giusta. Nel Documento è riportato testualmente che: “Lo sviluppo dell’economia richiede, accanto all’investimento in infrastrutture fisiche, anche un ampio sforzo nel campo dell’innovazione tecnologica e della ricerca. Il Governo predisporrà delle Strategie Nazionali per l’Intelligenza Artificiale e per la Blockchain”. Da tempo sosteniamo che la scelta di esplorare le nuove frontiere del digitale sia una priorità del Movimento Cinque Stelle.

Tuttavia, il grosso della manifattura italiana è assicurato dalle Piccole e Medie Imprese le cui produzioni sono a basso/medio contenuto tecnologico, quando non espressione di una manualità artigianale di stampo tradizionale. Tali realtà produttive costituiscono la cifra della capacità creativa degli italiani, per cui non possono essere abbandonate al loro destino oppure obbligate a stare forzosamente in percorsi avveniristici di economia sostenibile e circolare. Va bene il sostegno alla sperimentazione e all’adozione delle trasformazioni digitali e delle tecnologie abilitanti, ma quanto ampio vorrà essere questo sforzo in risorsa finanziaria pubblica a beneficio dell’Intelligenza artificiale? E quali comparti produttivi pagheranno il prezzo di tale progresso? Facciamo la repubblica delle startup o pensiamo anche all’Italia delle botteghe e delle “fabrichette”? Progettare il futuro conta ma si usi cautela nell’abbracciare scivolose inclinazioni verso un darwinismo industriale che non tiene conto della vita e della dignità delle persone che sono il cervello, il cuore ma anche le gambe e le braccia di ogni intrapresa economica. Mentre sulle altre linee d’indirizzo strategico il Def appare ben lucido, su questo specifico punto non riscontriamo altrettanta chiarezza. Non sarebbe male se qualcuno, dalla maggioranza, spiegasse cosa le produzioni tradizionali debbano attendersi dal Governo giallo-blu. Magari prima del 26 maggio, così da poterci regolare convenientemente all’interno della cabina elettorale.