Citigroup: la banalità dell’analisi

Oggi tocca al Fondo Monetario Internazionale lanciare l’ultimo anatema contro l’Italia, untrice dell’economia mondiale. Il verdetto che trova concordi le principali istituzioni finanziarie internazionali e l’immancabile Commissione dell’Unione europea riguarda la frenata della crescita italiana.

Altro che 1 per cento pronosticato dal Governo. Dovremo essere grati al padreterno se per il 2019 si riuscirà a mantenere un seppur simbolico segno più davanti ad uno zero-virgola. A questo punto che fare? Le ricette miracolistiche non mancano. Tra le recentissime c’è quella della Citigroup Inc., una delle più grandi aziende di servizi finanziari operanti al mondo. La banca d’affari, che dieci anni orsono era stata letteralmente salvata dal fallimento grazie agli aiuti federali statunitensi del Troubled Assets Relief Program (Tarp) del Tesoro Usa cofinanziato dalla Federal Reserve, oggi dispensa consigli agli italiani su quale sia la strada ideale da percorrere per uscire dalla crisi e rilanciare la ripresa. La soluzione è il Governo tecnico. Il ragionamento di Citigroup è di elementare comprensione: bisogna agire sulla leva fiscale, cosa che nessun governo può fare senza rischiare l’impopolarità. Quindi, dopo le “felici” parantesi del Governo Amato nel 1992 e del Governo Monti nel 2011 dovrebbe essere la volta di un terzo Esecutivo “tecnico”. La mission prioritaria dei novelli salvatori della Patria si focalizzerebbe sull’introduzione di una tassa patrimoniale sugli immobili, il cui costo sociale verrebbe in parte compensato da un taglio delle tasse sul lavoro. Nell’elenco dei consigli non mancano gli scontati riferimenti alla lotta all’evasione da estirpare, al lavoro nero da annientare e alla corruzione da sconfiggere. Per i tagli ai costi della Pubblica amministrazione Citigroup suggerisce un’evergreen: la Spending Review di Carlo Cottarelli. Ma chi si dovrebbe assumere la responsabilità di presiedere il comitato di salvezza pubblica? Per Citigroup a guidare l’Esecutivo tecnico potrebbe essere lo stesso premier Giuseppe Conte. Visto che ha dimostrato di possedere doti di negoziatore, funzionerebbe da ponte di collegamento tra l’establishment e le forze anti-establishment. In alternativa, si fa il nome di Mario Draghi anche per la coincidenza con lo scadere del suo mandato alla Bce. Il commissariamento de facto dell’Italia servirebbe a fare un’unica cosa: la patrimoniale.

Gli stessi analisti di Citigroup, bontà loro, escludono il ricorso a politiche di austerity di maggiore impatto sociale dal momento che “negli ultimi venti anni l’Italia ha presentato un avanzo primario in modo costante, e dunque non ne ha bisogno”. Per effettuare il cambio del manovratore vi sarebbero comunque tempi stretti. Citigroup considera la data delle elezioni europee quale scadenza naturale del Governo Lega-Cinque Stelle. La deadline, invece, è rappresentata dalla prossima manovra finanziaria che, secondo gli analisti, sarà condizionata dalla “frenata dell’economia, per le pressioni dei mercati, l’instabilità politica e la ‘pillola avvelenata’ delle clausole di salvaguardia – ovvero rischio aumento Iva – con cui nessun governo o partito vorrà essere associato”.

In soldoni, dopo il 26 di maggio scatterebbe il countdown della bomba ad orologeria che nessun Salvini o Di Maio vorrebbe farsi esplodere tra le mani. Allora, la soluzione sarebbe di lasciare l’ordigno innescato nelle mani di Giuseppe Conte. E con quale maggioranza Conte o Draghi o Cottarelli dovrebbero prendersi Palazzo Chigi? Con i voti di quegli stessi partiti i quali, secondo le ipotesi dei cervelli della Citigroup, se la sarebbero data a gambe nottetempo? Ciò che riesce insopportabile in queste profezie da sora Mariuccia non è soltanto l’analisi di scenario che conclude puntualmente con l’implicita asserzione che un popolo non abbia alcuna capacità di scegliersi i governanti giusti, ma il fatto di ritenere che siano stati spesi fior di quattrini per redigere un Report che è un condensato di banalità. Resta il problema della ripresa economica che, tuttavia, non si risolve a colpi di patrimoniale. Lo sanno i cervelloni di Citigroup che la ricchezza privata italiana si fonda prevalentemente sulla componente immobiliare? Se la si sovraccarica di tasse il suo valore di mercato scende e, di conseguenza, cala la consistenza patrimoniale. Per quanto concerne la tassazione sul lavoro, è ovvio che debba essere il target prioritario di qualsiasi governo. Secondo i piani leghisti già dalla prossima legge finanziaria si dovrebbe passare a un secondo step della Flat Tax che coinvolgerebbe i lavoratori dipendenti.

Ora, perché mai Matteo Salvini dovrebbe fuggire quando si tratta di portare a casa il risultato politico che gli sta più a cuore dopo l’abbattimento della Legge Fornero? Si dirà, ci sono le clausole di salvaguardia. D’accordo, ma rispondete a questa domanda: quale autorità europea, in presenza di una fase recessiva conclamata, avrà il coraggio di chiedere all’Italia di rientrare del disavanzo attivando l’aumento dell’Iva? Se è così che ragionano i cervelli della banca d’affari è comprensibile che siano finiti sull’orlo della bancarotta. Comunque, c’è da scommettere che la diffusione del Report servirà da legna da ardere nella camera di combustione della propaganda partitica. Salvini e Di Maio, dal canto loro, ringrazieranno la Citigroup, il Fondo Monetario Internazionale e quanti altri vorranno aiutarli nella conquista del consenso propalando improbabili stime economiche, false notizie, e adesso anche banali report.