I cattivi samaritani

Pubblichiamo qui di seguito l’editoriale di Pietro Di Muccio de Quattro pubblicato anche dal quotidiano La Verità lo scorso 7 luglio.

La “questione immigrati” è complessa e drammatica anche perché realtà, impressioni, falsità vi sono intrecciate per svariati motivi, politici e no, in buona e cattiva fede. La questione, inoltre, sta diventando addirittura dirompente per le relazioni tra Stati, specialmente dell’Unione europea. E questo è gravissimo perché il bene dell’unità europea viene messo a repentaglio da un male non sovrastante, in sé, se affrontato efficacemente con la dovuta energia. Intanto esistono, tuttavia, dei punti fermi, incontestabili anche da chi, pur condividendoli pure come articoli di fede, li contraddice in essenza e se ne allontana nei fatti.

Il primo punto fermo è posto dalla parabola evangelica del buon samaritano. Rinfreschiamocene la memoria. Un uomo incappò per strada nei briganti, che lo malmenarono e derubarono, lasciandolo mezzo morto. Un sacerdote, che si trovò a passare di lì, si avvide del malcapitato, ma lo scansò senza degnarlo di parola e d’aiuto. Anche un levita, giunto nello stesso luogo, notò il disgraziato ma passò oltre, ignorandolo. Al contrario di tali pii viandanti, un samaritano, passandogli accanto, “lo vide e n’ebbe compassione”. Gli si avvicinò, gli medicò le ferite con olio e vino, e gliele fasciò. Poi lo caricò in groppa al suo cavallo, lo trasportò a una vicina locanda, e si occupò in tutto di lui. Il giorno seguente, dovendo partire, cavò due denari dalla sua tasca e li diede in pagamento all’albergatore, dicendogli: “Abbi cura di lui durante la mia assenza e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno”. Cosa accade, invece, nella “questione immigrati”? Esistono gruppi cospicui di “samaritani” che caricano sulle navi di salvataggio i viaggiatori paganti, per quanto disgraziati, scaricati dai negrieri sulle coste libiche e da lì imbarcati, dagli stessi o da altri negrieri, su battelli di fortuna fino al limite delle acque territoriali. Le ipotesi, a riguardo, sono due: i traghettatori possono essere persone disinteressate che agiscono solo per spirito umanitario oppure possono essere malfattori complici dei negrieri che coprono i loro interessi sotto un apparente salvataggio.

Nel primo caso siamo di fronte ai do-gooders, circa i quali Charles Gave nel suo bellissimo “Gesù economista” (che consiglierei caldamente Oltre Tevere!) scrive: “Si tratta di un’espressione inglese, difficilmente traducibile, che illustra coloro che pretendono senza sosta di volere il bene di tutti e che si atteggiano a benefattori dell’umanità, di solito con i soldi degli altri. Una cattiva traduzione sarebbe benfacenti come si dice benpensanti”. Altro che cattiva traduzione; al contrario, sembra perfetta. Gli effetti inintenzionali delle massicce, sistematiche, prevedibili, garantite azioni di salvataggio dei do-gooders consistono, a causa della maggiore sicurezza dell’esito positivo del viaggio, nell’aumento del prezzo della migrazione e nell’incentivo ad accrescerla facendone aumentare la domanda. Nel secondo caso abbiamo semplicemente una più efficiente organizzazione negriera con gli stessi effetti, però deliberatamente e furbamente perseguiti.

La domanda, dunque, è questa: “Devono i do-gooders essere considerati alla stregua del Samaritano evangelico?”. La risposta è no, decisamente. Loro compiono la parte politicamente corretta del salvataggio, ma si disinteressano delle successive vicende dei salvati, che né portano a casa loro assicurandosene una decente sopravvivenza né consegnano alla “locanda” pagando il prezzo del ricovero e delle cure, e impegnandosi ad assisterli fino al conseguimento di un’indipendenza.

Il secondo punto fermo sta nella distinzione di Immanuel Kant tra il “moralista politico”, che muove dal principio materiale dello scopo come oggetto dell’arbitrio personale ed ha un compito per così dire tecnico-pratico, e il “politico morale”, che muove dal principio formale ed ha un compito etico fondato sulla libertà nei rapporti, così formulato: “Opera in modo che tu possa volere che la tua massima, qualunque sia lo scopo, debba diventare una legge universale” (“Per la pace perpetua”, 1985, pag. 34). Alla luce del criterio kantiano, i salvatori professionali di questi migranti, cioè i do-gooders, sono da considerare “moralisti politici” anziché “politici morali” e perciò non precisamente dotati di quella sorta di superiore moralità che troppi indulgono a riconoscere loro. Se, infatti, Tizio, per caso, proposito, dovere, salva Caio e lo abbandona all’uscio di Sempronio, all’insaputa o contro la volontà di questi, non ha alcun diritto di aspettarsi un elogio morale e di pretendere che altri facciano altrettanto. La sua aspettativa e la sua pretesa non possono aspirare ad elevarsi a legge universale perché, se tutti operassero alla stessa stregua, nel migliore dei casi si avrebbe confusione e paralisi dei salvataggi; nel peggiore, conflitti e guerra. Di entrambi i casi già constatiamo più che le avvisaglie.