Salvini al Quirinale con la spada di Brenno

Matteo Salvini sale al Colle per incontrare Sergio Mattarella. Ufficialmente lo farà per illustrare le iniziative che il ministero dell’Interno ha avviato nei quaranta giorni del Governo giallo-blu e per discutere dei contenuti degli incontri che lo stesso Salvini avrà a breve con i suoi omologhi europei.

Non si parlerà della recente sentenza della Corte di Cassazione che autorizza la Procura della Repubblica genovese a procedere al sequestro dei fantomatici 49 milioni di euro alla Lega. Che poi sarebbero i denari dei rimborsi elettorali che il partito avrebbe percepito illegittimamente nelle annualità dal 2008 al 2010. Una sentenza di primo grado emessa dal tribunale del capoluogo ligure ha stabilito che quei contributi la Lega li avrebbe ricevuti solo grazie a una truffa ai danni dello Stato posta in essere dal rappresentante del partito Umberto Bossi e dal tesoriere Francesco Belsito, in carica all’epoca dei fatti contestati. Com’è noto Matteo Salvini ha reagito duramente alla decisione della Cassazione denunciando un intento persecutorio nascosto tra le pieghe della sentenza. Ne avrebbe voluto discutere apertamente con il capo dello Stato, ma Mattarella ha opposto un secco rifiuto alla richiesta preoccupandosi di non farsi coinvolgere in una pericolosa invasione di campo ai danni della funzione giurisdizionale.

Tuttavia, se un ministro della Repubblica, che è anche vice-premier, chiede un incontro all’inquilino del Colle questi non si può tirare indietro senza correre il rischio, uguale e contrario a quello paventato nei riguardi del potere giudiziario, di provocare uno strappo istituzionale. Cosicché le diplomazie della Lega e del Quirinale si sono messe al lavoro per trovare una via d’uscita praticabile all’impasse generato dai contenuti della richiesta di Salvini: l’incontro ci sarà ma si parlerà d’altro. Tale è il succo del comunicato emesso dall’ufficio stampa del Quirinale. Ma la verità? Quella la conosceranno soltanto i partecipanti all’incontro. A lume di naso appare assai improbabile che le doglianze del capo leghista non avranno sfogo. Ma non nel modo che ci si attenderebbe se al posto di Salvini vi fosse un qualunque altro capo di partito. Dice il vero, dunque, il comunicato ufficiale: non si parlerà della sentenza e dei 49 milioni che la magistratura vorrebbe sequestrare alla Lega.

Verosimilmente, Salvini notificherà a Sergio Mattarella l’intenzione, davanti al protrarsi dell’accanimento giudiziario contro la sua forza politica, di far saltare il banco del Governo con tutto ciò che una crisi al buio in piena estate e con una legge di bilancio da approvare in autunno comporterà per la stabilità politica e finanziaria del Paese. Salvini non ci sta a fare la parte del piccione nel tiro a bersaglio messo in piedi da un segmento giudiziario sospettato di partigianeria politica. Il ribaltamento della posizione della Lega che da parte lesa nel processo contro Bossi e Belsito si ritrova nei fatti co-imputata non sarà tollerato. Non sarà come con Silvio Berlusconi che è stato tenuto dalla magistratura per anni sulla graticola con processi assurdi incardinati su indagini ancor più assurde. Salvini, pur nelle dovute forme del protocollo istituzionale, dirà chiaro e tondo a Mattarella che o si cambia registro o viene giù tutto.

Chi mostra di aver recepito il messaggio è Luigi Di Maio. Lo dimostrano le sue dichiarazioni in linea con le posizioni dell’alleato. Il capo politico dei Cinque Stelle ha imparato a conoscere l’alter ego leghista e sa che è uno che non scherza quando minaccia. Il post-grillino tutto può concedersi ma non che caschi il Governo. Gli equilibri raggiunti per comporlo hanno richiesto sì il bilancino del farmacista ma non si sono discostati dal risultato elettorale del 4 marzo che ha dato vincente il suo Movimento. Se una crisi di governo, dopo il discorso di Matteo Renzi all’Assemblea nazionale del Partito Democratico di sabato scorso che ha sancito il definitivo smantellamento del forno con i Cinque Stelle, riportasse gli italiani alle urne in autunno, chi scommetterebbe su una riconferma di quel 32 e rotti per cento ai grillini? Con un Salvini che naviga col vento in poppa nei consensi non sarebbe improbabile un risultato a parti rovesciate, con una Lega sopra il 30 per cento e un Cinque Stelle mestamente sotto. E poi, per i grillini, c’è sempre in ballo la storia dei due mandati. Un voto anticipato farebbe scattare la clausola statutaria dell’ineleggibilità per coloro, tra questi lo stesso Di Maio, che sono stati eletti per la seconda volta il 4 marzo?

Se c’è qualcuno, questa mattina, che preghi la Vergine Maria perché l’incontro al Quirinale abbia un esito soddisfacente per il capo leghista, quel qualcuno è Luigi Di Maio. Ufficialmente non se ne saprà molto più del laconico comunicato che viene diffuso in queste circostanze. Starà al presidente Mattarella, destinatario dell’aut-aut leghista, trovare la strada per accontentarlo senza urtare l’ipersensibilità della magistratura che sul terreno dei rapporti con la politica ha sempre i nervi scoperti. I media al servizio del politicamente corretto metteranno in scena la frusta narrazione che descrive un Salvini sconfitto alle prese con l’ennesimo buco nell’acqua. Intanto, lui cresce politicamente e l’Italia mostra di gradire il suo piglio decisionista. Che fingano di non accorgersene i suoi avversari poco male. Ciò che conta è che se ne sia accorto il capo dello Stato. Mattarella dovrà scegliere il male minore tra il crollo della legislatura e il colpo di briglia agli zelanti magistrati genovesi. Una volta si diceva che Parigi vale bene una messa. Chissà se vale ancora.