Veltroni in tv riscrive la storia

Va bene i romanzi, va bene voler riattaccare i cocci di un centrosinistra in frantumi, ma manipolare la realtà come fosse una palla di pongo è troppo. Anche per il redivivo Walter Veltroni.

In un tranquillo pomeriggio domenicale dalle telecamere di una nota trasmissione televisiva del servizio pubblico, molto orientata ideologicamente, il fondatore del Partito Democratico si è prodotto, come nel suo stile: serenamente, pacatamente, in un esercizio di analisi storica ad usum Delphini - la sua idea di sinistra - assai discutibile. Stimolato dalla familiarità con l’intervistatrice, Veltroni, chiamato a spiegare il disastro della sinistra odierna, evoca lo spettro di un effetto “anni Trenta” per l’Europa, e quindi anche per l’Italia. L’equazione che propone è irricevibile nella sua disperante banalità. Sostiene Veltroni che la sinistra è stata storicamente motrice di progresso di una società strutturata. Ergo, nel momento nel quale l’evoluzione dell’organizzazione sociale perde i suoi riferimenti stabili, si fa strada un nuovo autoritarismo che si spinge a mettere in discussione la democrazia come forma di governo.

Tradotto per la gente comune: o la sinistra governa o si finisce nel baratro della tirannide, tertium non datur. E la destra? Per Veltroni è l’altro nome del totalitarismo, il non-luogo della libertà e della democrazia. È il corteo in Polonia che grida slogan antisemiti. È Marine le Pen in Francia. È la destra razzista e xenofoba che, risalendo il Danubio, si sta impadronendo dell’Europa. Ma anche della sponda occidentale dell’Atlantico, visto che lì c’è Donald Trump, per Veltroni il santo patrono di tutti i populismi che circolano al mondo.

E questa sarebbe l’analisi di un fine pensatore? Lo diciamo ai nostri amici amanti dell’approccio moderato: state attenti agli inganni dell’apparire. Si possono dire con il sorriso sulle labbra, con la pacatezza dei toni, con il sussurrio di parole decorticate di accenti acuti cose di straordinaria falsità che, a loro volta, si fanno vettrici di pulsioni violente. E si può far male quanto se non più del piglio scomposto, ma sovente innocuo, dell’esagitato demagogo. Paragonare, come fa Veltroni in premessa al suo discorso, lo scenario politico continentale odierno all’Europa degli anni Trenta è una castroneria. I fattori che concorsero, all’inizio del Novecento, a determinare l’humus favorevole all’avvento degli autoritarismi dittatoriali, non sono presenti nel contesto attuale. Non c’è una guerra mondiale appena conclusa; non si assiste alla caduta degli imperi; non c’è la prima grande crisi del capitalismo internazionale che distrugge i paradigmi sociali ottocenteschi; non ci sono gli interessi coloniali a dettare l’agenda politica alle potenze egemoni; non c’è la medesima fame delle popolazioni europee a fare da cuscinetto reggispinta alle pulsioni liquidatrici delle giovani esperienze democratiche.

L’antisemitismo che spaventa Veltroni al punto da ispirargli la fallace equazione non nasce nel primo Novecento ma affonda le radici nella storia d’Europa: nella Francia del Secondo Impero, nella Spagna castigliana del finire del XV secolo. E nella Germania delle 95 Tesi di Lutero.  Ciò che Veltroni non vede, o finge di non vedere, è che la crisi della democrazia, che può generare vuoti di sistema, non si produce da sola. Non cade dal cielo. Se si riscontra vuol dire che sono in default quelle espressioni politiche che avrebbero dovuto sostenerla e garantirla. A cominciare proprio dalla sinistra che nella sua storia, diversamente da quanto pensi Veltroni, ha inanellato più errori che successi. E se oggi quell’ideologia è a corto di argomenti è perché non ha saputo interpretare e rappresentare le istanze di avanzamento collegate ai bisogni reali delle società che innervano la civiltà occidentale. Non basta avere, come chiede Veltroni alla sua parte, la vocazione a stare dove c’è il dolore. Ciò a cui la gente comune aspira è di migliorare la propria condizione esistenziale attraverso una pianificazione delle scelte condivise in seno alle comunità nazionali che diano risultati concreti ed equi. Ha fatto questo la sinistra quando è stata investita della funzione di governo? Lo ha fatto in Italia? Basta guardarsi intorno per avere la risposta.

Se oggi il Partito Democratico rischia la débâcle elettorale non è perché paghi il prezzo di una scissione al suo interno. Al più, la sua disarticolazione è la conseguenza non la causa di un fallimento. Ciò che a Veltroni non riesce di dire è che, differentemente dalla sua parte, esiste una destra di governo che è stata in grado di garantire gli equilibri sociali. Lo ha fatto sempre al meglio? Certo che no. Tuttavia, è la destra che ha in sé i geni idonei alla costruzione di una società ordinata. Quindi, non è affatto vero che la crisi del progressismo spalanchi le porte a un autoritarismo che, sebbene non abroghi formalmente la democrazia, non abbia il cappello a tricorno del generale Antonio Tejero, la semplifica fino a neutralizzarla nella sostanza. Udite, udite! Il primo motore della storia è la conservazione, non l’utopia egualitarista. Veltroni se ne faccia una ragione.