Toghe, media e autoregolamentazione

Il problema del rapporto tra magistratura e politica non si risolve con gli appelli a una maggiore compostezza verbale da parte di chi partecipa alla vita pubblica con l’autorevolezza della toga che indossa. Il richiamo del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a non scambiare la toga per un abito di scena è suggestivo ma destinato a non avere alcun effetto concreto. Così come i richiami del vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Giovanni Legnini, alla partecipazione più misurata del magistrati ai talk-show televisivi.

Nel corso degli ultimi decenni sollecitazioni di questo genere sono venute da molti autorevoli predecessori di Mattarella e Legnini. Ma sono rimaste sempre lettera morta. Perché si sono scontrate con la banale considerazione che il diritto di parola e di opinione assicurato dalla Costituzione a tutti i cittadini non può essere negato ai magistrati che, altrimenti, verrebbero trasformati in cittadini dimezzati in quanto privi di un diritto primario.

Garantire questo diritto ai magistrati ma pretendere che venga esercitato con misura e prudenza è privo di senso. Perché il concetto di misura e prudenza è assolutamente soggettivo. E, soprattutto, subordinato al clima politico generale. Perché mai era di buon senso, pieno di misura e anzi encomiabile, apprezzabile e sostenibile il proposito manifestato da Piercamillo Davigo durante l’epopea di Mani Pulite “di rivoltare l’Italia come un calzino” e, invece, è imprudente e contestabile il suo modo attuale di partecipare al dibattito pubblico ripetendo sostanzialmente gli stessi concetti da lui esposti nella prima metà degli anni Novanta?

Il problema è che non esiste la possibilità di porre un limite certo al diritto alla parola e all’opinione del magistrato. Perché ponendolo si cadrebbe nella limitazione di un Diritto costituzionale. E allora, come uscire da questo vicolo cieco? Probabilmente partendo dalla considerazione che il magistrato non è un cittadino uguale a tutti gli altri ma, grazie all’autonomia e all’indipendenza che lo rendono talmente speciale da potersi autogovernare, un cittadino posto oggettivamente al di sopra degli altri. Con più poteri a cui, in linea di principio, dovrebbero corrispondere maggiori doveri. Proprio nel rispetto del principio d’uguaglianza dei cittadini.

Si tratta, allora, di normare questi doveri. E il compito spetta alla stessa magistratura che attraverso il Csm si deve autogovernare. A quando, allora, un codice di autoregolamentazione sul rapporto tra toghe e media, un codice per fare del magistrato non un cittadino privilegiato ma un cittadino uguale a tutti gli altri?