Schäuble: in cauda venenum

I partiti cosiddetti sovranisti dovrebbero fare un monumento al ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble in segno di gratitudine per le cose che dice. In occasione della sua ultima partecipazione all’Eurogruppo il falco di Berlino, che si accinge a lasciare l’incarico per assumere la presidenza del Bundestag, ha consegnato ai presenti, e alla storia, una lettera d’istruzioni per il futuro dell’Unione europea. Se solo i comuni cittadini del nostro Paese ne conoscessero il contenuto si precipiterebbero a votare per tutti quei movimenti che hanno scritto nel proprio programma: “Morte a questa Europa germano-centrica”.

Wolfgang Schäuble chiede di trasformare l’attuale fondo salva-Stati, il Meccanismo europeo di stabilità (Esm), in un Fondo monetario europeo al quale affidare il controllo dei conti pubblici degli Stati membri. Lo scopo del progetto è di sottrarre alla Commissione europea una fondamentale competenza, che essa prova a esercitare contemperando valutazioni tecnico-contabili con ragioni di opportunità politica, per assegnarla a un organismo il quale, nella visione di Schäuble, dovrebbe essere totalmente neutro. Cioè impermeabile alle valutazioni e alle scelte proprie della politica. L’Esm dovrebbe anche occuparsi della ristrutturazione dei debiti dei Paesi dell’Ue maggiormente esposti. Italia in primis. Inoltre, vi è l’idea di estendere gradualmente il potere d’interdizione e d’intervento dell’Esm al Patto di Stabilità e di Crescita. In buona sostanza, il progetto punta, nei rapporti tra l’Ue e i singoli Stati membri, alla surroga delle autorità centrali con decisori contabili privi di qualsiasi legittimazione democratica.

Ora, il falco Wolfgang Schäuble avrà le sue ragioni per pianificare uno scenario nel quale questa già sgangherata Europa diventi un lager finanziario a cielo aperto, ma pensare di spuntarla con il consenso quiescente dei destinatari della stretta funzionale, è troppo. Anche per i remissivi governanti italiani. Il quadro che si compone per l’Unione europea del prossimo futuro è tutt’altro che rassicurante. Cosa fare? Meglio sarebbe riflettere su cosa non fare. Battere i pugni sul tavolo di Bruxelles e contestualmente calarsi le brache su comando dei potenti di turno è cosa sconsigliabile. Altrettanto lo è ubbidire agli ordini provenienti da Berlino senza emettere un fiato in dissenso. D’altro canto, mostrarsi condiscendenti con la signora Angela Merkel non porta nulla di buono. Il maledetto autunno del 2011 lo abbiamo negli occhi. E nel cuore che ancora sanguina. Allora, cosa? Basterebbe ricordarsi chi siamo. Non lo scendiletto d’Europa. Non il parente povero di cui vergognarsi ai pranzi di famiglia. Siamo l’Italia, potenza industriale che ha molto da insegnare al mondo intero. Siamo quelli delle decine di operazioni militari di peacekeeping in giro per il pianeta.

Se questa notte un po’ di gente, in qualche anfratto delle montagne afghane o sulle rive libanesi del fiume Leonte, può dormire sonni tranquilli senza il rischio di essere colpita a morte da nemici sanguinari e spietati lo deve al sacrificio e alla professionalità dei nostri ragazzi in divisa. Siamo anche quelli che all’Europa danno più di quanto ne ricevano. Siamo quelli che hanno messo un mare di quattrini in quel fondo salva-Stati che Wolfgang Schäuble vorrebbe trasformare nel nostro carceriere. E quelle ingenti risorse non sono state impiegate per fare stare meglio altri popoli europei ma soltanto per riparare i buchi di bilancio delle banche tedesche provocati da investimenti sballati. E siamo quelli che si sono sobbarcati il peso dell’accoglienza di un’immigrazione di massa che non ha certo provocato o sollecitato il nostro Paese, nel mentre tutti gli altri partner all’unisono ci ripetevano: “Cavoli vostri!”. Ma queste cose varranno pur qualcosa, o no? È giunto il momento di difendersi a dovere. In base alle regole fissate dal Trattato di Lisbona quattro Stati membri possono esercitare il veto sulle decisioni del Consiglio d’Europa.

Sarebbe ora che i nostri rappresentanti iniziassero a stringere alleanze con altri partner per dire un bel po’ di no, in particolare alle proposte che arrivano dal versante Nord dell’Unione. Solo allora qualcuno dalle parti di Berlino (forse) comincerà a comprendere che l’Unione non è cosa sua ma di tutti. E che la si fa democraticamente insieme o non la si fa per niente.