Trump, Francesco e il declino dell’Occidente

“La questione fondamentale del nostro tempo è se l’Occidente ha la volontà di sopravvivere. Abbiamo fiducia nei nostri valori al punto da essere pronti a difenderli ad ogni costo?”.

Provate a chiedervi chi può aver proposto questo sconvolgente interrogativo. Credo che la prima, immediata, quasi automatica evocazione dinanzi agli occhi della nostra memoria sia quella di Papa Ratzinger, Benedetto XVI. Quella di Ratzinger è stata la più autorevole voce levatasi, nel cuore profondo dell’Europa, dal fronte degli esegeti di quel “Tramonto dell’Occidente”, a lungo ossessione della cultura europea, da Nietzsche a Spengler a Heidegger. Per loro e i loro seguaci, fino a quei filosofi neocon americani che tanto hanno contribuito, con le loro virulente uscite, a dare una giustificazione e una copertura ideologica alle imprese militari del presidente Bush, fino al disastro iracheno, una conclamata vittoria di Pirro di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze. Per un paio di decenni – forse più – l’Europa è stata demonizzata, inchiodata alla croce del suo nichilismo, accusata del colpevole abbandono delle sue tradizioni e dei suoi valori, e di essersi rifugiata, con il suo imbelle pacifismo, sotto il peplo femminile di Venere, dimentica delle virili e bellicose arti del dio Marte, padre di tutte le guerre, buone o cattive ma comunque salvifiche guerre.

La convinzione dell’ineluttabile scontro culturale tra Occidente e un Oriente metà immaginario e metà reale trae forse la sua origine dal trauma prodotto dalla vittoria navale conseguita dal Giappone a Tsushima, nel 1905, sulla Russia, potenza “occidentale” pur se zoppicante. Ma che tra i due mondi si fosse ormai aperta una difficile, ultimativa partita divenne nozione diffusa: “East is East, and West is West, and never the twain shall meet”, poetava l’angloindiano Rudyard Kipling, e ancora nel 1924 il grande romanzo di Edward Morgan Forster, “Passaggio in India”, affondava impietosamente la lama nell’analisi dei rapporti tra gli “indigeni” di Chandrapore e i colonizzatori britannici.

L’Occidente esibiva orgogliosamente le sue credenziali di superiorità, e lo faceva anche con ipocrisia. Il colonialismo europeo, con i suoi problemi, i suoi danni, i suoi morti, ecc,. era il “burden”, il “fardello” di cui si era fatto carico l’“uomo bianco” per fare avanzare il progresso e l’umanità tutta.

Sembra un’era lontana. Il tramonto dell’Occidente non è più, oggi, deplorato e/o pianto dal teologo tedesco continuatore di Heidegger e da suoi volenterosi eredi – il cardinale Robert Sarah, ad esempio, che, fattosi per un giorno, forse inconsapevolmente, luterano, invoca la salvezza dalla decadenza rivolgendosi a quel “Dio silenzioso” che trascende la fattualità del mondo – ma dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, anche se con espressioni estrapolate (forse non da lui stesso, ma da un suo ghostwriter) da testi di Ratzinger oppure dei neocon americani Irving Kristol o Dick Cheney. Purtroppo, mentre Ratzinger o Kristol erano autentici pensatori, solidamente ancorati alle loro idee, sembra difficile poter attribuire al presidente dei volatili tweet la stessa integrità concettuale. E mentre le idee del Papa tedesco o dell’intellettuale neocon ponevano sotto la loro ala l’America come l’Europa – le due patrie della cultura occidentale – Donald Trump rivolge la sua esortazione ai soli Stati Uniti.

Il nemico comune, individuato come tale sia da Ratzinger come da Trump, era ed è l’Islam. Per i due gladiatori dell’Occidente, l’Islam è un blocco ideologico chiuso e compatto da cui si generano tutti gli atti di violenza e di terrorismo che colpiscono indiscriminatamente l’Europa nelle sue varie denominazioni ma anche gli Stati Uniti. Nessuna mezza misura, nessuna caduta di attenzione è concessa: l’Islam è il calderone dove si fondono il kalashnikov o la bomba dell’attentatore. A grappoli, infine, cardinali di mezza Europa denunciano il pericolo di un Islam che prenderà il sopravvento grazie al superiore tasso di natalità dei suoi figli.

Eppure, se oggi c’è qualcuno o qualcosa che può o potrebbe rivendicare per sé la qualifica se non di nemico, almeno di avversario di quell’Occidente, potremmo indicarlo agevolmente in Papa Francesco e nella sua concezione e pratica del cristianesimo, del cattolicesimo e della Chiesa. A Papa Francesco non importa nulla dell’Occidente, che sia l’Occidente dei grandi trionfi o quello della (supposta) crisi. L’Occidente come categoria dello spirito, della cultura o della storia per lui, letteralmente, non esiste, e se esiste va respinto e rifiutato . Francesco nasce dal Sud del mondo, a sua volta inteso come categoria primaria dello spirito e della storia, se non ancora della cultura. A Francesco interessa che questo Sud – nel quale egli fa rientrare anche tutte le zone “sottosviluppate” d’Europa come d’America, gli slums e ogni altra depressa periferia delle nostre città, a partire da Roma – possa emergere nella storia come soggetto autonomo e indipendente.

Il linguaggio di Francesco non è quello del liberismo globalizzatore - e in questo usa quasi la stessa terminologia di Trump senza però accettarne le conclusioni - e all’orecchio della critica e degli esperti può risuonare e risuona come il linguaggio di una ideologia passatista e retrograda. Ma nell’epoca delle fake news anche il messaggio liberista appare pieno di sgrammaticature e di inadeguatezze, le sue promesse non riescono ad essere del tutto convincenti, o convincenti per tutti. E quando miliardi di poveri dovessero mettersi in marcia sotto le bandiere di quel grande comunicatore che è Papa Francesco, sarebbe difficile fermarli. Le promesse non basterebbero più. L’Occidente sarebbe sepolto da queste masse di “migranti”, metaforici e non. Checché ne dicano i profeti del declino dell’Occidente, l’Islam non conquisterà il mondo, le sue frange estremistiche non appaiono credibili come forza di governo e non porteranno mai sulle loro posizioni suicide le grandi masse islamiche. Ben più credibile è invece la prospettiva che i poveri di cui Francesco si è fatto paladino riescano a modificare a loro vantaggio – e con il loro linguaggio – la cultura dell’Occidente. Dell’Occidente essi sono pur sempre figli. Ne raccoglieranno degnamente l’eredità?