Due simpatici imbroglioni

Roberto Maroni e Luca Zaia sono due simpatici imbroglioni. Simpatici, perché levigati, sorridenti, alla mano. Imbroglioni, perché con understatement lombardo-veneto, stanno cercando la secessione con altri mezzi. I fatti sono noti, spero. Hanno indetto due referendum chiedendo ai loro “popoli” di pronunciarsi a favore dell’ampliamento delle funzioni regionali per tenersi più soldi di quelli che oggi trasferiscono a Roma. La quale magari non sarà ai loro occhi quella “ladrona” del passato, ma è pur sempre la Capitale dello Stato che pretende la fetta più grossa dei tributi che i Lombardi e i Veneti versano all’erario. Questo è un tema intrinsecamente federalista; di più, intimamente indipendentista. Di passata bisogna ricordare che su questo tavolo fu giocata la separazione degli Stati Uniti dalla Gran Bretagna, una partita che cominciò con una rivendicazione fiscale e finì con la Rivoluzione americana. I due imbroglioni (politicamente, è chiaro, ché come persone son in odore di probità) sanno che il secessionismo padano, alla maniera di Umberto Bossi, viene respinto dal sentimento dell’unità nazionale, ancora forte abbastanza, né gli giova l’inserimento dell’Italia in Europa, sicché spezzettarla in regioni mentre essa stessa è diventata una regione europea pare una bizzarria politica.

“Volete voi che la Regione Lombardia, in considerazione della sua specialità, nel quadro dell’unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo Stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 116, terzo comma, della Costituzione e con riferimento a ogni materia legislativa per cui tale procedimento sia ammesso in base all’articolo richiamato?”. “Vuoi che alla Regione Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni di autonomia?”.

I due furbacchioni, conoscendo la risposta, hanno indetto il referendum con la certezza che il Lombardo-Veneto, che tanto ricorda il Risorgimento ai pochi che lo ricordano, risponderà sì ai quesiti referendari, sostanzialmente identici. In realtà ciascun referendum ha due significati identici: mentre sembra inchinarsi al popolo in segno di rispetto, se ne serve come grimaldello per forzarne la volontà. Insomma le due regioni usano la democrazia per piegarla ai loro scopi. Quando i nostri Costituenti proibirono in Costituzione i referendum abrogativi sulle leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e indulto, di autorizzazione a ratificare i trattati, sapevano quel che facevano togliendo alla democrazia diretta la finanza pubblica e la politica estera, i capisaldi dello Stato. Si obietta che i referendum di Maroni e Zaia sono consultivi: indirizzano, non decidono. Ma, a ben vedere, tale carattere, men che sminuirli, li rafforza perché i promotori potranno dire che il popolo ha parlato e la sua parola non può più essere considerata l’uzzolo di due presidenti autorevoli o di un partito.

I sondaggi, che ormai sono carote davanti al somaro politico, dicono che i sì sfiorano il 50 per cento dei votanti, ma dicono pure che i votanti sono meno del 50 per cento degli elettori. A tutto concedere, dunque, direbbe sì la maggioranza della minoranza. Pessimo viatico per la maggiore autonomia. Ma non è questo l’unico imbroglio insito nei due referendum, che da solo ne contraddice la ragione. Ne esiste un altro, che è subdolo e sfrontato allo stesso tempo. Il quesito sembra innocuo, vago, poco attraente. In realtà non bisogna leggerlo com’è scritto, ma considerarlo com’è propagandato; cioè, così: “Volete voi che la maggior parte dei tributi riscossi in Lombardia e Veneto resti a esclusivo beneficio dei Lombardi e dei Veneti?”. Nella sostanza i referendum, giuridicamente consultivi, sono politicamente decisivi e, se attuati, dirompenti perché espanderebbero l’intervento regionale, aumenterebbero la spesa pubblica, aggiungerebbero burocrazia locale alla burocrazia statale. Esagerazioni? No! È andata esattamente così dal 1970 in cui furono istituite le regioni ordinarie. Oggi Lombardia e Veneto propongono l’espansione dell’autonomia come rimedio ai difetti dell’autonomia originaria!

“Tutte le cose comincian picciole...” ammoniva il nostro grande e inascoltato Machiavelli. Il principale, reale, antidoto alla dissoluzione dello Stato è l’abrogazione pura e semplice delle Regioni, che già così somigliano a staterelli che scimmiottano il peggio della Repubblica