L’Istat e la società dei poveri assistiti di Grillo

I dati Istat indicano il totale ribaltamento di quel processo di espansione della borghesia che aveva caratterizzato l’intero secondo dopoguerra italiano e aveva allargato la fascia del benessere a tutte le categorie operaie restringendo a livelli bassissimi il tasso di povertà. La fotografia della società nazionale compiuta dall’istituto pubblico stabilisce che le fasce borghesi in cui figurano anche i ceti operai si vanno progressivamente restringendo mentre si allarga a dismisura l’area della povertà in cui vengono a trovarsi i giovani senza lavoro e gli immigrati, anch’essi giovani e privi di qualsiasi occupazione. I dati aggiungono che una gran parte dei giovani senza lavoro non compresi nelle fasce più povere sono a carico di famiglie il cui sostentamento è garantito dalle pensioni degli ex operai e degli ex impiegati. E questo indica con estrema chiarezza che nel momento in cui la fascia dei pensionati si restringerà, per motivi anagrafici e senza un ricambio adeguato vista la sostanziale impossibilità di assicurare l’attuale livello pensionistico, la crescita della povertà diventerà sempre più forte disegnando una società formata per il 90 per cento di diseredati e un dieci per cento di privilegiati.

Combattere un fenomeno del genere dovrebbe costituire la priorità inderogabile per ogni formazione politica. Al centro di qualsiasi progetto teso a disegnare il futuro del Paese ci dovrebbe essere la lotta alla regressione verso la povertà diffusa e la disuguaglianza incolmabile e il ritorno alla società del benessere per tutti i ceti sociali. Il tutto attraverso il rilancio del lavoro unico fattore di ricchezza.

Invece, a parte il profluvio di parole prive di qualsiasi significato concreto prodotto da una nomenklatura priva di idee e spinta propulsiva, l’unico disegno tragicamente lucido che viene portato avanti è quello del Movimento Cinque Stelle che ipotizza come traguardo della decrescita felice l’instaurazione della società dei poveri assistiti. Quando Beppe Grillo e i suoi fedeli propongono di contrastare la crisi attraverso l’applicazione il più allargata possibile del reddito di cittadinanza non fanno altro che ipotizzare l’avvento della società dell’eguaglianza assistita in cui la povertà sostituisce il lavoro, di per sé fattore di diseguaglianza, come valore fondante del sistema sociale.

Quella proposta da Grillo, ispirato da post-marxisti in preda a nostalgia per l’ideologia della propria giovinezza, non è una moderna Città del Sole. Il leader dei Cinque Stelle non rassomiglia neppure lontanamente a Tommaso Campanella. La sua proposta dell’egualitarismo assistito per una società di poveri in cui il fattore della disuguaglianza costituito dal lavoro viene bandito è riconducibile a tutte le visioni del pauperismo egualitarista degli ultimi due secoli. Quelle che hanno prodotto dittature e tragedie sociali. E se dietro Grillo si nascondesse un Pol Pot?