Il Partito dei Pm c’è

L’altra sera nell’arena televisiva di “Porta a Porta” è andato in onda l’ormai usuale show di Piercamillo Davigo. Un autentico fuoco di fila di “perle di saggezza” quello regalato dal presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati (Anm).

La “scaletta” dell’esibizione prevede, come incipit, che gli unici errori giudiziari sono le assoluzioni, perché quando il giudice assolve è stato immancabilmente ingannato (già, che per Davigo gli innocenti non esistono, ma sono solo colpevoli non ancora scoperti).

Si prosegue con le dichiarazioni rese alle cinque del mattino in qualche camerone di questura che dovrebbero diventare prove, ché giustamente cosa vuoi perdere tempo a farlo esaminare dall’avvocato al processo il testimone, e chi se ne frega se la Costituzione prevede espressamente il contrario.

E ancora, via questo sgradevole diritto dell’imputato di difendersi; se il giudice non gli crede non deve condannarlo solo per il reato commesso, ma anche per la menzogna detta a lui.

E di seguito, basta con questi appelli che fanno perdere tempo, se proprio non li possiamo abolire, quantomeno eliminiamo questo fastidio del divieto di reformatio in peius.

E infine, come certi comici di avanspettacolo, per chiudere l’esibizione il cavallo di battaglia ad effetto: basta con questi processi a piede libero, facciamo come negli Stati Uniti (nota culla di civiltà giuridica, nella quale ancora si giustiziano i condannati, salvo poi magari accorgersi che erano innocenti), dove prima si arresta e poi, magari, si giudica. Insomma, per Davigo i 42 milioni di euro che solo nel 2016 ci sono costati gli errori giudiziari e le ingiuste detenzioni sono un accidente del destino: i magistrati, per definizione, non sbagliano. Verrebbe da sorridere, amaramente, come di fronte a monologhi stanchi di certi attori sul viale del tramonto. Ma sarebbe un errore grave, perché si peccherebbe di superficialità e di miopia. Di superficialità perché il sindacato dei magistrati sta tentando di difendere una richiesta corporativa, quale quella dell’aumento dell’età pensionabile.

È una questione delicata. In un Paese in cui tutte le categorie protestano per andarci prima in pensione, i magistrati non vogliono andarci, e la ragione è chiara: quando si scende da certi scranni si perde potere. Insomma, si tratta di rivendicazioni indifendibili dinanzi all’opinione pubblica, e allora si fa, come dicono a Napoli, “ammuina”. Ma, soprattutto, si peccherebbe di miopia, perché è difficile non cogliere l’aspetto tutto politico della questione.

C’è una parte importante della magistratura – evidentemente maggioritaria se è stato eletto Davigo, cui si possono dare tutte le colpe del mondo, ma non accusarlo di infingimenti: queste cose le ha sempre dette fin dai suoi anni ruggenti milanesi – che vuole aumentare il proprio potere.

Insomma, l’assunto è evidente. Là fuori sono tutti colpevoli, bisogna fare pulizia, e in quest’opera le garanzie democratiche, il giusto processo, perfino l’equilibrio dei poteri, ed in ultimo lo Stato di diritto, diventano inutili orpelli, quando non anche sgradevoli scocciature: “torsione autoritaria” del processo, diceva uno come Luciano Violante, che i magistrati li conosce bene.

La questione, quindi, è tutta politica. Il partito dei Pm vuole più potere, e infatti, ancora per bocca di Davigo, minaccia lo sciopero, sempre per la questione dell’età pensionabile. Ma a pensar male, come diceva quel tale, è difficile non cogliere sullo sfondo il tema della riforma del processo annunciata dal ministro Andrea Orlando. Del resto non c’è da stupirsi. La politica è sempre più debole, le istituzioni non se la passano meglio, e i partiti, che un tempo fungevano da architrave del sistema democratico, sono tutti morti. E si sa, i vuoti qualcuno finisce per riempirli.

Ma una domanda sorge spontanea: se l’esistenza del partito dei Pm è ormai un dato di fatto, dove sta il partito di quelli che pensano che debba giungere a conclusione questa lunga stagione di subalternità della politica alla magistratura, che da oltre vent’anni porta ad una sostanziale delega alla categoria per ogni quesitone che riguardi la giustizia?

E ancora, dov’è il leader che con pacata fermezza vada a spiegare a Davigo che quando un potere dello Stato, per una questione di corporazione come quella delle pensioni, si oppone al potere legislativo ed esecutivo, rischia di compiere un atto vagamente sovversivo?

La risposta è semplice: non ci sono né partito né leader. Ed è un peccato, perché ameno il mio voto lo prenderebbero.

Aggiornato il 09 aprile 2017 alle ore 20:02