Pollari, l’intervista a un uomo di Stato

“Da anni non sono più abituato a sentire applausi”, sogghigna il generale Nicolò Pollari, ex direttore del Sismi, che ha preso la parola dopo essere stato premiato dall’associazione “Acmid Donna”, mercoledì scorso presso la Camera dei Deputati, “per l’attività costante e tenace in difesa dei diritti umani e della sicurezza nazionale”, ha spiegato il presidente dell’associazione, la giornalista e già parlamentare Souad Sbai.

Pollari è tornato a far parlare di sé dopo essere stato prosciolto definitivamente per la vicenda Abu Omar, ma dopo aver aspettato la sentenza per ben undici anni. E dopo questa lunga passione, finalmente, il generale ha sentito di nuovo gli applausi calorosi, accompagnati dalle parole di ammirazione della Sbai che ha sentito difficoltà “ad entrare nelle piaghe di una vicenda così dolorosa, nelle vicende di una persona che si è comportata da vero uomo di Stato. Dunque – ha continuato Souad Sbai – abbiamo voluto premiare verità e onore, affinché persone come Pollari continuino a camminare a testa alta contro l’estremismo religioso: e chi parla, insieme ad altre persone qui presenti, ha conosciuto la violenza dell’estremismo islamico qui in Italia e non in qualche Paese arabo”.

Chiediamo al generale Pollari quanti “Abu Omar”, quanti fondamentalisti islamici dediti ad importare violenza e terrorismo ci sono ancora in Italia: “Vede - risponde Pollari - Persone che hanno attitudine a svolgere attività a favore del jihad ce ne sono moltissime in Italia, ma quanto siano affini ad Abu Omar questo non posso assolutamente dirlo”.

Nel 2003 vennero arrestati 28 jihadisti pakistani intenti a preparare un attentato – tra i vari obiettivi l’aeroporto di Capodichino – legati al clan della famiglia Giuliano, mentre due anni fa al porto di Napoli, una sorta di bancomat per la camorra, venne scoperto dalla polizia – grazie alla segnalazione delle autorità israeliane – un arsenale contenuto in alcuni container destinati all’Egitto, da dove sicuramente sarebbero stati portati a Gaza: quali sono i legami tra criminalità organizzata e jihadisti?

“I legami ci sono – precisa Pollari – la criminalità organizzata fa politica e affari con chiunque. La criminalità organizzata coglie delle opportunità se gliele offrono, le valuta e, se conviene, le fa. La criminalità fa affari e basta”.

Continuiamo allora a parlare del terrorismo domestico. Solo un anno fa è deceduto un ventenne di Genova, convertito all’Islam, morto per combattere con gli jihadisti anti-Assad in Siria dove si stima che ci siano più di cinquanta italiani a combattere sotto la bandiera dei vari Jabhat al- Nusra. C’è pericolo che la Siria diventi una fucina per terroristi che un giorno ci ritroveremo in Italia?

“Sì – ha affermato Pollari – in Siria ci sono anche nostri connazionali, ma la maggior parte dei combattenti affluiscono in suolo siriano e anche dall’Europa, qualcuno defluisce ma sono molto pochi. Inoltre, la Siria è stata considerata un obiettivo volto ad ottenere una situazione di questo genere: pervenire ad una forma di confusione tale per cui non vi fossero rapporti di forza stabiliti, così da determinare una situazione molto favorevole all’istaurarsi di un governo islamista; basta fare l’analisi qualitativa dei vari gruppi e ci si accorge che le presenze più virulente sono presenze jihadiste”.

Queste presenze di che matrice sono: sciita o sunnita? Chi sono i finanziatori dei ribelli?

“Lasci stare i grossi finanziatori o i grossi teologi o i grossi capiscuola; a questo punto paradossalmente la saldatura tra sciiti e sunniti avviene anche sulla base della possibile comunanza di interessi di breve periodo, poi nel lungo periodo si ristabiliscono altri tipi di equilibri – ha dichiarato il generale Pollari – ma se si volesse solo pensare che in linea preconcetta vi sia una differenza qualitativa fra chi affluisce a fare guerriglia secondo me si commette un errore. Certo, non bisogna supporre che Hezbollah rientri in questo quadro, perché Hezbollah fa testo a se stante e non ha nulla a che dividere con l’attuale movimento di guerriglieri, come i militanti di Jabhat al-Nusra”. A proposito di Hezbollah e di Libano: solo pochi giorni fa l’Unifil ha compiuto 36 anni, ha ancora senso mantenere attivo il contingente?

“Ci sono degli equilibri internazionali per cui talvolta si deve soddisfare anche un’esigenza che non è solo estetica, di equilibrio di un determinato momento – ha detto Pollari – l’assenza, il vuoto spinto in ambiti dove non c’è sovranità o la sovranità si concretizza laddove si identifica in luoghi di punta o in luoghi di forza; forse in questo caso un significato ce l’ha. Certo è un alto prezzo che si paga, anche in termini di sacrifici dei vari Paesi, però non è semplicemente una cosa estetica, come potrebbe sembrare a una valutazione approssimativa”.

I sacrifici dei vari Paesi sembrano non bastare a difendere l’Occidente, e anno dopo anno non sentiamo più la voce dell’Europa mentre l’America di Obama lascia sempre più piede alla Russia di Putin, definito con un po’ di nostalgia del passato dalla rivista statunitense The Atlantic Monthly come il Russian Neocon: “L’Occidente deve impegnarsi a convincere la coscienza dei vari Paesi che è un affare pensare all’occidentale”.