25 maggio 2012POLITICA
Il problema del Pdl non è la Santanchè che un giorno si ed un
giorno pure minaccia di candidarsi a leader dell'area moderata alla
guida di una lista di berlusconiani puri e duri. E non è neppure la
Brambilla che ipotizza lo spacchettamento del partito in tante
liste e listarelle diverse per poter concretizzare il proprio sogno
di dare vita ad una propria lista di animalisti fondamentalisti. Il
vero problema del Pdl è Silvio Berlusconi che non sa dire no alle
"signore". E che, per non dare un qualche dispiacere alle sue
fedelissime, lascia intendere loro che la lista degli
iperberlusconiani guidati dalla Erinni di Porto Cervo si può fare e
che l'aggregazione degli animalisti capace di pescare a destra ed a
sinistra è una operazione destinata ad avere un grande futuro.
I dirigenti del Pdl, quelli che come Sandro Bondi presentano le
dimissioni, come Angelino Alfano denunciano l'"avvelenamento dei
pozzi", o come tutti gli altri s'imbufaliscono per un fiorire di
sciocchezze che all'indomani della sconfitta amministrativa
alimentano la sensazione generale di un partito allo sbando,
conoscono la debolezza del Cavaliere. Ed anche se conoscono
altrettanto bene la determinazione delle due signore in questione
nel martellare ossessivamente il Capo, dovrebbero evitare di farsi
saltare i nervi e cercare di elaborare tutti insieme una strategia
capace di far uscire il Pdl da guado in cui è finito da più
di un anno a questa parte. Questo guado è rappresentato dalla
scelta obbligata di Silvio Berlusconi di fare un passo indietro. Il
Cavaliere è stato costretto ( questa volta il conflitto d'interessi
ha funzionato al contrario) ad abbandonare la guida del governo e
quella del proprio partito. Ma, secondo una metafora calcistica
diventata un luogo comune, non ha attaccato le scarpe al chiodo. È
uscito dal campo per "infortunio". Ma continua ad essere l'"anima"
dello spogliatoio e lascia che i suoi tifosi ed i suoi avversari
continuino a sperare od a temere che presto o tardi, superato
l'infortunio, possa tornare a giocare ed a far vincere i propri
colori. Il problema, dunque, è Berlusconi. Che non c'è ma c'è, che
sta fuori ma è come se stesse sempre dentro, che da forza e
legittimità ad Angelino Alfano ma, al tempo stesso, costituisce un
peso che condiziona e paralizza il segretario. Insomma il guado è
lo stesso Berlusconi. Il Pdl non sa in maniera chiara e definitiva
se il Cavaliere vuole tornare in campo.
O se intende, viceversa, uscire definitivamente dalla partita e
chiudere la propria folgorante carriera di centravanti di
sfondamento della squadra dell'area moderata. Per questo rimane
paralizzato con i piedi a mollo e con la testa vuota. Ma può un
partito che avrebbe l'ambizione di rappresentare il fattore di
coagulo di un fronte moderato da sempre maggioranza nel paese
restare fermo nell'acqua dell'incertezza del leader e lasciarsi
consumare da una corrente che spinge sempre più forte verso
altre direzioni? Se ci fosse un gruppo dirigente coeso, provvisto
di idee comuni ed animato da una grande passione politica e civile,
questo gruppo si farebbe carico del problema aiutando Berlusconi ad
uscire dal guado ed a ritirarsi nell'orticello di Cincinnato
(orticello per modo di dire visto che gli orticelli berlusconiani
hanno dimensioni e forme ben diverse). Prenderebbe in mano il
partito ed il proprio futuro. E si preparerebbe già da oggi ad una
battaglia elettorale che, con un sistema elettorale ancora
maggioritario, potrebbe concludersi con una sconfitta ma mai con
una dissoluzione. Ed in democrazia le forze politiche solide che
perdono hanno sempre una possibilità di rivincita. Ma esiste un
gruppo dirigente capace di superare le proprie divisioni interne e
compiere una operazione così impegnativa? E, soprattutto, esiste un
gruppo dirigente del Pdl consapevole che se una volta era
necessario andare "oltre il Polo" oggi l'unica strategia da seguire
è quella dell'"oltre Berlusconi"?