Rilanciare il diritto alla casa

L’impegno di Silvio Berlusconi per l’introduzione, nel nostro ordinamento fiscale, di una imposta unica al 2 per cento per l’acquisto della prima casa, dimezza l’attuale imposizione in caso – come avviene nel maggior numero di fattispecie – di acquisto da impresa. Soprattutto, strizza l’occhio ai giovani di 36 anni con un Isee di almeno 40mila euro. Anche in questo caso, si dimezza l’Iva poi fiscalmente recuperabile (ora è al 4 per cento).

L’impegno di Berlusconi è comunque importante, perché al di là dei suoi considerevoli effetti pratici, riporta la casa al centro della campagna elettorale, per quello che la stessa significa per tutti gli italiani. Negli ultimi anni, gravandola di continue imposte, la si è trasformata da aspirazione a incubo. Che il concetto di casa ritorni a come nel nostro Paese è sempre stato considerato, giova ai risparmiatori dell’edilizia e soprattutto alla nostra economia nel suo complesso. Questa muove fra i 30 e i 40 settori dell’economia, da quello edile alle aziende di arredamento, di allacciamento ai servizi vari e così via. Non per niente, Martin Nadaud – sindaco di Parigi a fine Ottocento – ci ha lasciato detto che lorsque le bâtiment va, tout va (quando va l’edilizia, tutto va).

Certamente, rilanciando la casa tutti gli italiani verrebbero risarciti di quell’esproprio generalizzato dei valori immobiliari, che lo Stato ha perpetrato (in favore della finanza internazionale, diceva il compianto Francesco Forte) con la pesante tassazione che sulla casa. Una patrimoniale nascosta che incide su tutte le famiglie e tutti i risparmiatori dell’edilizia. Ancora, si tornerebbe a considerare quello che nei Paesi civili è un principio indefettibile: che ogni bene non può essere colpito da una tassazione superiore al reddito che produce, trasformandosi invece in un esproprio surrettizio del bene prodotto (se è vero come è vero che si devono pagare le imposte sull’abitazione con redditi prodotti da altri beni).

La Costituzione italiana nulla espressamente prevede al proposito, ma così non è – ad esempio – per la Germania, dove l’anzidetto principio è costituzionalmente protetto. Da noi, invece, è addirittura legislativamente stabilito che persino un immobile non abitato o sfitto paga le imposte sul valore, e non sul reddito (che esso tra l’altro neanche produce). Per esempio, è ormai noto a tutti che nella Pianura padana gli immobili rurali (ma che si è invece accatastati al civile) vengono distrutti in larga scala dai proprietari, proprio per non pagare le imposte anche su immobili che nulla producono se non entrate per lo Stato.

Se la casa tornasse ad avere il ruolo che ha sempre svolto, ciò rilancerebbe anche la pratica dell’affitto. Una grande risorsa che assicura la mobilità delle persone sul territorio (specialmente per quelle del pubblico impiego, ma non solo, infatti protette da una specifica disposizione del Codice civile). E non v’è chi non veda, al proposito, come solo una rinascita dell’affitto possa fare giustizia delle centinaia e centinaia di occupazioni illecite che oggi la mancanza di questo mercato ha creato nel nostro Paese. Un mercato stordito, spesso, dalla tassazione comunale sia dell’uso abitativo (così non venendo certamente incontro neanche ai giovani che cercano una casa per sposarsi) e nell’uso diverso dall’abitativo (dove il gravame fiscale ha desertificato molti centri storici delle città medio piccole o le periferie delle città grandi e/o storiche).

La dice lunga il fatto che in molte città, specie di provincia, sia ormai ricorrente che diverse case abbiano in facciata dei garage piuttosto che dei negozi. La casa è il luogo delle famiglie e dei sentimenti più cari. Occorre che sia restituita al suo ruolo, concorrendo così – non più penalizzata – a quella rinascita alla quale si può pervenire non con operazioni tecnico-contabili, ma con quella caratteristica che Luigi Einaudi ci ha insegnato essere decisiva: la fiducia.