Le scadenze che sottovalutiamo

Il 2023 è l’ultima data per spendere le risorse del Fondo di Sviluppo e Coesione 2014-2020, il 2025 il Giubileo, il 2026 le Olimpiadi invernali e l’ultima data per spendere le risorse del Pnrr, il 2027 ultima data per spendere le risorse del Fondo di Sviluppo e Coesione 2021-2027. In realtà, entro i prossimi quattro anni dovremo essere in grado di spendere oltre 300 miliardi di euro e, sempre entro i prossimi quattro anni, maturano anche delle scadenze legate ad eventi già programmati come il Giubileo e le Olimpiadi invernali.

Non voglio assolutamente mettere in dubbio la carica di operatività e l’impegno profuso da tutti coloro che, direttamente o indirettamente, sono impegnati nel tentativo di dare concreta attuazione a un programma così impegnativo ma scatta, quantomeno, un primo dubbio: tutte le scadenze elencate sinteticamente prima e in particolare quelle legate al Pnrr hanno avuto – e hanno tuttora – una fase lunga e, in alcuni casi, sembra quasi che la distanza che ci separa dalle scadenze ormai fisse e non procrastinabili non sia di quattro anni ma di otto-dodici anni. È solo una sensazione?

Almeno per le infrastrutture, che incidono sull’intero volano di risorse da spendere entro i prossimi quattro anni per oltre il 70 per cento, inizio soffermandomi con lo strumento che dovrebbe, in un certo senso, garantire la massima trasparenza e la massima correttezza amministrativa e cioè il nuovo Codice Appalti. Pensate: dopo il fallimento del decreto legislativo 50/2016, provvedimento voluto dall’allora ministro Graziano Delrio, l’ex ministro Paola De Micheli – nel 2019 – istituì una apposita commissione di massimi esperti del settore, che entro tre mesi (poi passati a sei) avrebbe dovuto licenziato un primo atto. Il 6 luglio abbiamo appreso in modo formale che “il Consiglio di Stato sottolinea indirettamente l’impegno non ordinario che sarà necessario per rispettare la scadenza: saranno in particolare “tempi rapidissimi” e “termini stringenti” che saranno rispettati “per consentire al Governo una compiuta valutazione politica e i necessari passaggi procedimentali, trattandosi di una riforma che costituisce un obiettivo del Pnrr, da conseguire entro il termine del 31 marzo 2023. La delega contenuta nella legge 78/2022 scade entro sei mesi dall’entrata in vigore della legge stessa (quindi il 9 gennaio 2023) ma è prorogabile di tre mesi”. Dopo la presentazione del testo da parte del Consiglio di Stato, appare inevitabile comunque un confronto all’interno del Governo, considerando che la proposta del decreto legislativo è congiunta (presidenza del Consiglio-ministero delle Infrastrutture e della Mobilità sostenibili). In realtà, dopo quattro anni forse avremo il provvedimento che dovrebbe garantire tutte le procedure di affidamento delle opere e, nel frattempo, cioè in questi mesi, useremo le procedure che finora hanno prodotto solo contenziosi davvero preoccupanti. Sembra che questo sia solo un racconto immaginario, invece è vero.

Poi affrontiamo l’emergenza legata al Fondo di Sviluppo e Coesione 2014-2020. Essendo riusciti a impegnare solo una parte dei 54 miliardi assegnati nel 2014, rischiamo di perdere ben 30 miliardi. Nello specifico, rischiamo di perderne di più perché finora ne abbiamo spesi appena il 6-7 per cento. Ebbene, di fronte a questa imperdonabile stasi, il Governo ha varato il decreto legge 50/2022 (decreto legge Aiuti) attraverso il quale effettuerà una dettagliata verifica dello stato di avanzamento di tale Fondo e, con l’articolo 56, ha deciso di trasferire alle competenze centrali la spesa. In tal modo, il Governo spera di salvare un volano di risorse pari a circa 21 miliardi che altrimenti si sarebbero persi definitivamente il 31 dicembre del 2023. Anche in questo caso una grande incapacità dei ministri che si sono succeduti nella gestione del dicastero del Mezzogiorno negli anni 2018 e 2020, come la senatrice Barbara Lezzi o Giuseppe Provenzano. Una incapacità cioè dei ministri che avrebbero dovuto fare in modo che le risorse del Fondo di Sviluppo e Coesione si spendessero davvero, in quanto avrebbero portato al Sud una quantità di risorse pari all’85 per cento di 54 miliardi. E invece, nei fatti, non hanno praticamente assicurato nulla, perché le somme in realtà sono state solo quelle spese, per il 15 per cento, al Centro-Nord.

Veniamo ora alla scadenza del Giubileo a Roma. Sicuramente ci sono le seguenti progettualità: il completamento dell’anello ferroviario di Roma e della linea metropolitana C. Sarei tanto felice se, esaminando sia lo stato di avanzamento dei progetti e, soprattutto, le varie autorizzazioni ed i pareri delle varie Istituzioni competenti e le varie reali coperture finanziarie, trovassi non un generico cronoprogramma dell’intero percorso realizzativo ma riferimenti misurabili e concreti sulla progettualità e sulla copertura.

In merito al Fondo di Sviluppo e Coesione 2021-2027, per non cadere nello stesso imperdonabile errore commesso con il Programma 2014-2020, sarebbe opportuno chiudere subito approvando l’intero programma entro e non oltre il prossimo mese di ottobre e, addirittura, sarebbe opportuno sigillare programmaticamente l’intero programma e le relative assegnazioni con la legge di Stabilità 2023. Ricordo che già alcune opere non impegnate e non spese con il Fondo Sviluppo e Coesione 2014-2020, con apposita delibera del Cipes dello scorso mese di aprile, sono già state inserite nel Programma 2021-2027. Ma per evitare che questo nuovo programma rimanga un’ottima base per annunci e per impegni utili in campagna elettorale, sarebbe opportuno inserire anche quanto prima una clausola in cui si dica apertamente che se le opere programmate non vengono attivate entro 90 giorni dalla approvazione del Cipes, le risorse saranno trasferite all’organo centrale.

Infine, ci sono le opere inserite nel Pnrr, con almeno 76 miliardi che rientrano nelle competenze del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Senza voler fare polemica, sottolineando lo stato di avanzamento concreto o il numero di cantieri aperti, ricordo che sulle opere previste nel Mezzogiorno pari a circa 12 miliardi (questa cifra non contiene i 9,4 miliardi del Piano complementare al Pnrr), escludendo 1,3 miliardi di euro assegnati all’asse ferroviario ad alta velocità Napoli-Bari, praticamente siamo allo stato solo in possesso di studi o progetti di fattibilità. Come dicevo prima, senza fare polemica, penso sia impossibile in quattro anni trasformare semplici buone intenzioni in opere compiute. Fortunatamente, il Governo quanto prima invocherà un Piano B e per il Mezzogiorno si parlerà di conferma delle opere non nel breve termine ma nel medio termine. In fondo, per una realtà che partecipa con appena il 22 per cento alla formazione del Pil nazionale, ci si può anche permettere il lusso di rinviare. La mia non è una battuta ma una triste constatazione. Una constatazione che le otto Regioni del Mezzogiorno non riescono neppure a capire, a vivere e a reagire insieme.

(*) Tratto dalle Stanze di Ercole