Unificazioni possibili e quelle impossibili

Il quotidiano La Repubblica ha dedicato ampio spazio ad un articolo di Isaia Sales dal titolo “Investire sul Sud come la Germania fece sull’Est”. Entrerò dopo nel merito dell’articolo e mi soffermerò su alcuni passaggi contenuti in tale nota ma ritengo utile subito fornire un dato: dopo la caduta del Muro i tedeschi hanno speso ogni anno per il loro “Mezzogiorno” fino al 5 per cento del Prodotto interno lordo. Da noi si è arrivati al massimo all’1 per cento.

Forse non ha senso prendere come riferimento la storica operazione varata dalla Germania dell’Ovest nel 1989 ma ritengo utile soffermarmi su tale confronto perché da una simile esperienza, a mio avviso, traspare cosa sia la volontà di un popolo a recuperare una parte della sua storia sociale ed economica. Ed è forse utile, trattandosi di dimensioni demografiche quasi paragonabili (la Germania dell’Est aveva circa 16 milioni di abitanti, il Sud poco meno di 20 milioni di abitanti), soffermarsi su quanto concretamente si è speso nella Germania dell’Est e quanto si è speso nel Sud.

Dall’avvio della Cassa del Mezzogiorno nel 1950 al 2008 (cioè fino all’inizio della crisi economica globale che ha chiuso definitivamente qualsiasi politica pubblica per il Sud, lasciandola solo legata all’utilizzo dei fondi europei di coesione) sono stati investiti 342 miliardi di euro. In Germania dell’Est si è investito in trenta anni, cioè dal 1989 ad oggi, quasi cinque volte in più di quello che si è speso in circa 60 anni nel Sud d’Italia, cioè tra 1.500 e 2.000 miliardi di euro. Nelle regioni orientali tedesche quasi 70 miliardi di euro l’anno, nel Mezzogiorno appena 6 miliardi di euro. Ciò che sconcerta di più è la diversa forma con cui tali risorse abbiano inciso sulla crescita del Pil pro-capite: in Germania nel 1989, cioè prima della unificazione, il Pil pro-capite degli abitanti della Germania dell’Est era la metà di quello della Germania dell’Ovest, alcuni addirittura sostengono che non superava il valore di un terzo, ebbene nel 2009 era salito a due terzi e nel 2018 al 75,1 per cento.

Se effettuiamo una analisi sulla differenza tra il Pil pro-capite del Centro Nord e quello del Sud scopriamo che nel 2019, prima della pandemia, la differenza ha superato il 55 per cento. Ancora più grave la differenza tra Sud e Est tedesco in termini di disoccupazione: il 17,6 per cento nel Sud e il 6,9 per cento in Germania orientale. Prende corpo però una particolare anomalia, sembra quasi che nel caso italiano le tesi di molti studiosi basate sul fatto che l’unità nazionale sia un valore che trascenda la logica economica e rivesta una aspirazione, che travalica qualsiasi contabilità economica, un sacrificio da sopportare in cambio di una soddisfazione civile e “morale”, non siano valide. In Italia, in realtà, una concreta unificazione, in termini di omogeneità dei parametri e degli indicatori macro-economici, viene percepita come un danno alla crescita. Le reazioni a questa mia considerazione saranno immediate e la maggior parte dirà che invece proprio il Centro Nord, dalla Seconda guerra mondiale ad oggi, ha cercato sempre di ridimensionare l’assurda dicotomia tra le due macro-aree del Paese; io però non cadrò in un simile confronto e mi limiterò a leggere i numeri prima elencati.

Ed è interessante leggere, sempre nell’articolo di Isaia Sales, come l’operazione tedesca dimostri che il vantaggio di un’area non si possa spiegare e giustificare con l’arretratezza antropologica dell’altra; in realtà sono le scelte strategiche che possono modificare radicalmente l’economia e la vita di un territorio. I benefici generali dell’intera realtà economica tedesca sono stati nettamente superiori ai costi investiti: prima della unificazione la crescita del Pil della Germania Ovest si attestava su un valore pari all’1,8 per cento, negli anni successivi la crescita del Pil si è attestato su un valore superiore al 4,5 per cento.

Oggi c’è per il nostro Mezzogiorno una grande occasione che potrà davvero rendere possibile una unificazione, quella tra il Centro Nord ed il Sud, finora rivelatasi impossibile ed il motore per dare vita ad una simile operazione ce lo fornisce la Unione europea; infatti le risorse europee presenti nel Recovery fund sono tante, perché assegnate sulla base delle difficoltà economiche proprio delle Regioni meridionali. La Unione europea con atti formali – e più volte il vicepresidente della Commissione europea, Valdis Dombrovskis – ha ribadito: “L’Italia non ce la farà a riprendersi riattivando solo un motore produttivo, quello legato essenzialmente all’area settentrionale del Paese. Ha oggi la possibilità di accenderne un secondo che renderà sicuramente più veloce ed efficiente il primo; fare crescere il Sud è, in realtà un affare per la intera economia italiana”.

Quindi, come ho avuto modo di ricordare in diverse occasioni, questa attenzione al Sud e questo pieno convincimento a “unificare” concretamente il nostro sistema socio-economico non trova origine all’interno del nostro Paese ma viene da fuori, viene dalla Unione europea; in fondo, gli atteggiamenti ipocriti che hanno caratterizzato il rapporto tra il Centro Nord ed il Sud sono ormai tutti leggibili e misurabili. Forse la fase più critica di un simile atteggiamento è esplosa proprio negli ultimi sei anni, cioè dal 2015 ad oggi, in questo arco temporale in cui praticamente, nel migliore dei casi, si sono bandite opere, si sono redatti programmi, si sono presi impegni ma in realtà non si è praticamente fatto nulla.

Ritengo solo ridicolo l’atteggiamento di alcuni presidenti delle Regioni del Mezzogiorno carico di entusiasmo per aver impegnato oltre l’80 per cento o, addirittura, oltre il 90 per cento delle risorse previste nei Programmi supportati dal Fondo di coesione e sviluppo quando però la quota globale spesa, in sei anni, non supera il 10-12 per cento. Ed è davvero preoccupante leggere il Piano del Sud e le proposte di decontribuzione per le aree del Mezzogiorno; in particolare l’esonero contributivo parziale è concesso per la forza lavoro impiegata nelle otto Regioni del Mezzogiorno per una quota del 30 per cento fino al 31 dicembre del 2021, e non come riportato dalla Legge di Stabilità 2021, fino al 2029, perché la Unione europea non ha ancora autorizzato una simile proposta.

È preoccupante perché, in realtà, viviamo ancora un prolungamento di comportamenti molto distanti da quello posseduto dalla Germania dell’Ovest, da quello voluto e realizzato da Helmut Kohl.

(*) Tratto dalle Stanze di Ercole