Mezzogiorno: tante diagnosi, nessuna terapia efficace

Iniziamo con l’elencazione dei dati significativi del Mezzogiorno: 20.478.000 abitanti di cui oltre 6 milioni residenti in realtà urbana superiori a 100mila abitanti con dodici impianti portuali di buon livello infrastrutturale e tredici aeroporti con ottime caratteristiche funzionali; le Regioni del Mezzogiorno partecipano alla formazione del Pil nazionale con una percentuale del 22,7 per cento; è utile ricordare che la Regione Lombardia partecipa da sola per il 21,7 per cento. Questo approccio fatto solo di dati, solo di dimensioni demografiche e di siti funzionali è utile perché questa ricchezza del fattore umano e questa ricchezza di offerta strutturale ed infrastrutturale, da sola, dà origine ad un banale interrogativo sul perché questa realtà sia ancora lontana dai livelli socio economici di realtà che non dispongono di indicatori così positivi, sul perché il reddito pro capite si attesti al di sotto della soglia dei 17-19mila euro contro i 35mila euro medi del resto del Paese. È un interrogativo che negli anni Cinquanta si posero Donato Menichella e Pasquale Saraceno e che trovarono come prime risposte: un fortissimo e diffuso analfabetismo, una assenza di infrastrutture, una carenza patologica di servizi, una limitata disponibilità nell’approvvigionamento idrico, una assenza di aree industriali, una inesistenza di capacità recettiva utile per il lancio di attività turistiche, un tasso di disoccupazione superiore al 45-55 per cento.

Negli anni Cinquanta il Governo dell’epoca capì due cose che una parte del Paese vincolava la possibile crescita del Paese e che era impossibile superare una crisi così forte con strumenti e con modalità ordinarie. Nacque così la Cassa del Mezzogiorno e si evitò di ricorrere a strumenti e procedure ordinarie perché consapevoli che l’ordinarietà non avrebbe potuto in nessun modo affrontare e risolvere una emergenza così stratificata e consolidata nell’intera area meridionale. Quando Pasquale Saraceno negli Settanta tentò di fare un bilancio dei primi venti anni di Cassa, si accorse che gli indicatori significativi come il Pil pro capite e il tasso di disoccupazione erano praticamente rimasti quasi identici. Eppure, in venti anni si erano realizzati tanti investimenti infrastrutturali, si erano realizzate le prime aree di sviluppo industriale, si erano completati alcuni impianti irrigui e alcuni invasi. Pasquale Saraceno a Gabriele Pescatore cercarono, in tutti i modi, di correggere alcune strategie che avevano caratterizzato la Cassa dei primi venti anni e tentarono sempre di aumentare tutte le caratteristiche funzionali e produttive attraverso una rilevante quantità di risorse. Pasquale Saraceno ribadì che era mancata in quei primi venti anni una coscienza dell’intero Paese sulla essenzialità del Mezzogiorno per la crescita e lo sviluppo proprio del Centro Nord.

Una presa d’atto che, purtroppo, anche oggi dopo ormai settanta anni è ancora attuale e basterebbe, come ricordato all’inizio, utilizzare semplici e banali indicatori quali in particolare: il numero di abitanti delle Regioni del Sud è di circa 21 milioni e questo dato demografico partecipa alla formazione del Pil, come detto prima, per circa il 22,7 per cento; la Regione Lombardia e la Regione Lazio hanno insieme circa 16 milioni di abitanti ma partecipano alla formazione del Pil per il 33 per cento; questa distanza è il primo segnale di una patologia che diventa sempre più irreversibile e 11 punti percentuali rappresentano quasi 180 miliardi di euro. Due sole Regioni del Centro Nord corrono rispetto al Mezzogiorno con un accumulo di ricchezza all’anno di 180 miliardi di euro. Nascono quasi spontanei alcuni elementi critici: nei porti del Sud come Cagliari, Taranto e Gioia Tauro si fa solo transhipment, anzi si faceva perché oggi in realtà è rimasto solo Gioia Tauro, e il transhipment non lascia nulla, o meglio lascia poco in termini di valore aggiunto alle economie locali cioè all’hinterland portuale; nel settore agroindustriale prodotto nel Mezzogiorno le attività legate alla logistica, al packaging, all’intero processo di supply chain avviene per oltre il 70 per cento attraverso attività imprenditoriali del Centro Nord o, addirittura ;attraverso operatori residenti in Paesi interni o esterni alla Unione europea; in tal caso il Sud non produce Pil ma Pel (Prodotto esterno lordo); nel comparto industriale i semilavorati come ne caso dell’acciaio garantisce, o meglio garantiva, solo livelli occupazionali. Eccellenze nel comparto industriale, attività con elevato valore aggiunto purtroppo nel Mezzogiorno nascono e raramente sopravvivono; il costo del denaro, non tanto in termini di valore quanto di reale disponibilità da parte del sistema creditizio a supportare iniziative, è ricco di tanti filtri e di tanti condizionamenti da rendere davvero impossibile o poco conveniente le forme di indebitamento.

Potrei continuare a descrivere le cause di una ormai strutturale patologia, ma un simile approccio rischia di essere solo pura analisi, pura diagnosi e non terapia; questa diagnosi, però, ci racconta quanto meno le motivazioni di un simile gap e può, se ben interpretata, diventare l’algoritmo per modificare il codice comportamentale che non abbiamo mai modificato nei rapporti con il Mezzogiorno. Adesso dobbiamo redigere il Recovery plan e sulla base delle linee imposte dalla Unione europea forse è arrivato il momento per dare vita ad una terapia efficace ed efficiente. A questo appuntamento però dovremo rispettare una condizione obbligata: le singole Regioni del Mezzogiorno dovranno presentarsi con un programma comune condiviso. E per questo dovranno non essere una macro Regione, ma dovranno difendere gli interessi di un territorio che non può continuare ad essere caratterizzato da indicatori che lo allontanano sempre più da quel tessuto connettivo che ottimizza i vari momenti delle attività produttive. Quel tessuto connettivo che rende possibile ed intensifica la crescita del Pil pro capite, non di un ambito regionale, ma dell’intero Mezzogiorno.

(*) Tratto dalle Stanze di Ercole