Il Covid sta accelerando l’economia elettronica pianificata

In molti (e sono ancora pochi) iniziano a chiedersi come mai l’economia resti inesorabilmente bloccata. Soprattutto a chi giovi che miliardi di esseri umani debbano girarsi i pollici. Iniziamo col chiarire che due visioni economiche stanno confrontandosi, ed anche aspramente, e che il Covid-19 ha reso il confronto più serrato ed evidente. La visione che semplifichiamo come “trumpiana” (quella di Donald Trump per intenderci) vorrebbe che a dominare il mondo ci sia l’economia tradizionale, con annesso risparmio individuale e tutte le libertà personali che permettono arricchimento ed acquisizione di patrimoni, e tutto senza limitazioni di censo (il sogno americano). Contro questa visione c’è il mondo intellettuale, finanziario e dei media che supporta Joe Biden: ovvero coloro che considerano il lavoro umano (cardine dell’economia tradizionale) come primo fattore d’inquinamento, il risparmio da intendersi come elettronicamente collettivo e non più un gruzzoletto che il singolo individuo occulta in contanti, soprattutto che il futuro sia il modello economico globalista elettronico e collettivista cinese.

Durante gli anni della presidenza Trump si sono concentrati tutti gli investimenti di fondazioni e potenti (alleati della Cina) verso il progetto economico elettronico collettivista, che prevede la moneta elettronica subentri totalmente a quella cartacea (e di conio) e che la “Federal Reserve” cibernetica mondiale venga gestita da circolo di Bill Gates. Quest’ultimo è il titolare mondiale del brevetto di “criptovaluta globale” (W02020060606), tra ricerca ed accordi economici con Paesi esterni agli Usa, Bill Gates ha già investito più di tre miliardi di dollari: accordi che hanno rinforzato il partenariato tra il Governo cinese e la fondazione dei Gates e dei Clinton (con il bene placet di George Soros ed altri). Il progetto è semplice e prevede che, grazie alla pandemia, sarà possibile entro il 2023 estromettere la maggior parte delle classi medie e basse dal mondo del lavoro, quindi creare miliardi d’individui sostenibili col reddito mondiale di cittadinanza tramite moneta elettronica.

Avevamo già spiegato al lettore che, la Pubblica amministrazione di tutta l’Ue viene pagata con moneta elettronica creata da una cabina di compensazione presso la Bce: questo per evitare che i ligi impiegati possano rimanere appesi ai mancati introiti fiscali degli Stati. Infatti, la pandemia ha ridotto al lumicino la base imponibile europea, e la chiusura delle attività avrebbe dovuto mettere il sale sulla coda del pubblico impiego: invece tutto scorre tranquillo, per i dipendenti pubblici corre la moneta elettronica, mentre il resto dei cittadini deve arrangiarsi. Così, per marcare meglio le differenze, la Bce ha già pensato bene d’affiancare l’euro elettronico (virtuale) a quello vero. Di fatto Bce ed Ue sono schierate con Joe Biden e Bill Gates.

“Dovremmo essere preparati all’emissione di un euro digitale qualora ce ne fosse bisogno”, ha dichiarato la presidente Bce, Christine Lagarde. Subito le ha fatto eco Fabio Panetta (italiano membro del comitato esecutivo della Bce): “Dobbiamo assicurarci che la nostra moneta sia preparata al futuro. L’inazione non è un’opzione”. È evidente che stiano cercando d’indorare la pillola amara. L’obiettivo è chiaramente ritirare entro un quinquennio tutto il cartaceo e sostituirlo con valuta digitale, virtuale, evanescente, totalmente in balìa dei pochi che controllano e regolano il credito a livello planetario. Ma rimaniamo alle ultime nuove.

La Bce (Banca centrale europea) sarebbe già pronta al lancio dell’euro digitale, ma per svariati motivi (tra cui il momento politicamente più opportuno) l’affiancamento alla carta moneta è stato fissato dopo giugno 2021. Attualmente sarebbe in corso una sorta di sperimentazione, coperta dal più plumbeo riserbo: perché la Banca centrale d’emissione più che dai mercati deve tutelarsi dai risparmiatori, vero ostacolo alle politiche di virtualizzazione. Intanto, il 12 ottobre 2020 l’Eurotower ha iniziato a discuterne con istituzioni nazionali ed europee (quindi i Governi) e col mondo accademico. Oggi moltissima gente effettua pagamenti elettronici, ma in troppi si domandano se la moneta elettronica possa essere integrativa e sostituire una parte di cartacea (che verrebbe ritirata dalla circolazione). L’effettiva esistenza della moneta cartacea risponde da sempre al sistema bancario (autorizzato ovviamente) che da lungo tempo controlla anche carte di credito e bancomat, al pari di assegni, pagherò e traveler’s cheque.

Va detto che oggi molti pagamenti elettronici avvengono con piattaforme prive d’autorizzazione bancaria (e garanzie): è il caso di Facebook o di WeChat, che fanno comunque perno sui depositi bancari. Di fatto la tecnologia potrebbe portare qualche danno agli equilibri, all’architettura del sistema monetario. Nel momento in cui la Banca centrale rimpiazza il vecchio contante con una moneta elettronica, di fatto fa sparire le passività delle banche, trasformando gli operatori di credito in una sorta di banda d’alchimisti, in grado di fabbricare un controvalore alle merci.

Queste ultime fino ad oggi si sono spostate attraverso transizioni garantite dai depositi, e non certo virtuali. Questo nuovo mondo potrebbe far paura a troppi, e non è detto che permetta d’abolire il signoraggio: a coniare la moneta elettronica sarebbero comunque i signori (quelli delle banche) ed i cittadini dovrebbero comunque passare sotto le forche caudine delle piattaforme di banche e social network. Infatti, sono i grandi privati che si stanno contendendo la piazza delle monete elettroniche: la Bce è privata (partecipata dalle banche) quanto la Federal Reserve e Facebook (che ha coniato la criptovaluta Libra). Nel momento in cui Facebook, Google, Amazon e altri giganti della tecnologia coniano cripto valute, ben consci di fatturare molto più del Pil di tanti Paesi avanzati, si crea di fatto una cessione di sovranità monetaria a strutture multinazionali in grado di condizionale le stesse banche centrali.

Questa trovata dell’euro digitale rischia di affidare sempre più le sorti economiche europee ai cosiddetti frugali (Svezia, Norvegia, Olanda, Danimarca, Belgio, Lussemburgo e Germania). Non è un caso che la sperimentazione di digitalizzazione della moneta sia partita massicciamente da parte della Riksbank svedese, che di fatto ha il controllo totale di ogni uscita dei cittadini scandinavi. Il sistema sperimentato in Svezia è del tutto simile a quello della People’s Bank of China: i socialismi reali si somigliano. Mentre la Swiss National Bank garantisce ampia diffusione di moneta elettronica senza alterare la circolazione del franco svizzero. Ma la sfida lanciata da bitcoin e altre criptovalute è ancora attuale o la Bce si sta infilando in un tunnel alpino senza via d’uscita?

Intanto più di mille criptovalute hanno già fatto fallimento. E la Libra di Facebook, che ha promesso un nuovo sistema globale dei pagamenti (poggiato su una “stablecoin” garantita da attivi denominati in valute nazionali), è attenzionata negli Usa per “alto rischio di riciclaggio” e “finanziamento del crimine”. Le associazioni di tutela dei consumatori hanno già denunciato la Libra per molti aspetti d’instabilità finanziaria. Così il proliferare di piattaforme (shadow banking, transazioni elettroniche) rischia di rendere inerme e vulnerabile il consumatore come il risparmiatore. I soloni della Bce hanno sentenziato che lo yuan digitale cinese andrà fronteggiato con l’euro virtuale: peccato che quotidianamente partano per la Cina valige di dollari ed euro cartacei. Ma la Bce reputa che l’euro digitale permetta all’Ue d’avere il controllo sull’offerta di moneta (insieme ai tassi d’interesse è strumento principale di politica monetaria): in molti sostengono il contrario, ovvero che il Vecchio Continente non dovrebbe abbandonare la via maestra, tornando a una solida carta moneta (di cui è certa l’emissione) ed a valide produzioni esportabili.

Del resto, Gavin Brown (docente senior di finanza alla Manchester Metropolitan University) ha dimostrato in una nutrita ricerca che sono migliaia le criptovalute lanciate e poi svanite nel nulla: gli investitori più scaltri le hanno scaricate. “Gli Stablecoin sono criptovalute progettate per evitare la volatilità selvaggia di cugini quali Bitcoin – spiega Gavin Brown – essendo ancorate o sostenute da attività come valute tradizionali o metalli preziosi. Sono progettati per incoraggiare le persone ad usare la criptovaluta per gli acquisti e le vendite di tutti i giorni, offrendo allo stesso tempo una stabile riserva di valore per gli operatori sui molti scambi di criptovalute che non si occupano di valute tradizionali”.

Per farla breve, si tratta di monete dall’uso limitato e rigorosamente ancorate a riserve di preziosi. Il rischio è che una moneta elettronica di massa possa sfuggire al controllo di chi dovrebbe tutelare il comune cittadino: insomma virtualizzare la moneta porterebbe a volatilizzare molti sacrifici. Negli States ha fatto notizia il caso di Gerald Cotten (trentenne fondatore dell’exchange di criptovalute canadese Quadriga): scomparso un anno fa, e nessuno aveva accesso alle sue password; gli investimenti di 115mila clienti per un valore di 137 milioni di dollari sono ad oggi irrecuperabili. Poi è evidente che i regolatori di criptovalute non riescano a tenere il passo con gli sviluppatori (inventori) di moneta elettronica: i primi assomigliano tanto a chi cerca d’intercettare l’asso tra le mani di chi opera “il gioco delle tre carte”.

Non dimentichiamo che l’hackeraggio delle monete elettroniche sta rendendo ricchissimi i giovani cyber rapinatori. Ma è anche vero che verranno sempre più potenziate le interconnessioni tra polizie mondiali per indagini sulla creazione di nuove ricchezze. Tutta questa futuribile speculazione elettronica potrebbe arrestarsi con la conferma di Donald Trump. Infatti, gran parte degli Usa teme che il controllo della moneta elettronica mondiale passi attraverso le basi di Gates in Cina. Soprattutto, non è detto che un mondo economicamente e politicamente cinesizzato sia più sicuro e migliore, certamente sarebbe meno libero, impedirebbe la creatività al singolo individuo, il risparmio individuale e la scelta. Certamente è forte il rischio d’una futura economia elettronica pianificata a trazione cinese.