L’economia di guerra, le tasse e l’Italia che ce la farà

All’orizzonte compaiono nubi sempre più minacciose per l’economia del Paese. La chiusura pressoché totale delle industrie e del terziario, la riduzione del prodotto interno lordo stimata in oltre 50 miliardi, la crescita della disoccupazione, le spese straordinarie per la sanità e il sociale, richiamano alla mente un’economia di guerra simile a quella degli anni Quaranta del secolo scorso. Se poi si guarda al debito pubblico, la situazione sembra perfino peggiore di quella dell’epoca. Nel 1943 il rapporto tra debito e prodotto interno lordo fu del 108 per cento, oggi è del 135, pari a 2500 miliardi.

Rispetto a quel periodo e al primissimo dopoguerra, tuttavia, vi sono differenze importanti che, se valorizzate adeguatamente, possono accelerare la ripresa della macchina produttiva. L’economia reale, anzitutto, è soltanto ferma, non è distrutta e non lo è neppure dal punto di vista materiale. Sconta difetti antichi e difetti moderni, dovuti anche a politiche inadeguate e miopi, ma il tessuto su cui lavorare, con nuove idee e risolutivi investimenti, è ancora buono, se non lasciato ulteriormente macerare.

L’Europa, pur con molti difetti e buchi neri, è finalmente diventata una Unione delle comunità nazionali e può adottare, come sta iniziando a fare, provvedimenti di sostegno per le singole economie. La nostra appartenenza alla moneta unica, poi, dovrebbe rappresentare unancora di salvezza ulteriore. Da un lato, la Banca centrale europea dovrebbe garantire all’Italia l’acquisto di titoli del debito sovrano e di quello privato per decine di miliardi; da un altro, la comunità monetaria dovrebbe garantire la stabilità del cambio e scongiurare fenomeni inflativi a doppia cifra. Cosa, questa, che invece si realizzò nell’immediato dopo guerra quando la lira dimezzò il suo valore e con essa si dimezzò il valore d’acquisto dei redditi e quello dei patrimoni. E poi c’è un elemento, vien da dire, portentoso che oggi caratterizza la “famiglia Italia”: l’ammontare della ricchezza privata. Il patrimonio complessivo è di oltre 10 mila miliardi, quello finanziario, in particolare, oltrepassa 4mila miliardi, dei quali 1700 di depositi bancari, mentre il patrimonio immobiliare è di circa 6 mila miliardi.

Certo, tutta questa ricchezza è privata e come tale non può compensare il debito pubblico ed essere contabilizzata nel bilancio dello stato. Detto in toscanaccio, “poggi e buche non fanno pari” in questa circostanza. Lammontare del debito rimane quello che è, ma la presenza di un patrimonio privato di queste dimensioni è garanzia e risorsa di straordinaria potenza. Esso, tuttavia, può diventare anche elemento tentatore. E non perché sia sterco del demonio e conduca sulla cattiva strada, nient’affatto, ma perché potrebbe determinare il Governo a introdurre un’imposta patrimoniale: come la mela di Eva tentò Adamo, così i forzieri degli italiani potrebbero tentare l'affamato Esecutivo.

Non sarebbe la prima volta. Il governo guidato da Giuliano Amato, nel 1992, la introdusse “notte tempo”, riuscendo a prelevare oltre 8 mila miliardi di lire dai depositi di conto corrente. E poi vi è l’esperienza dell’immediato dopoguerra. Il governo De Gasperi, nel 1947, la introdusse, tanta era lurgenza di fare ripartire il Paese con investimenti pubblici, sebbene molti economisti, ad iniziare da Luigi Einaudi, la criticarono fortemente.

Farlo oggi, per me sarebbe un errore grave. L’imposta patrimoniale, pur straordinaria, o una tantum, si sposa ideologicamente con una visione di economia di stato. La crisi in atto richiede, piuttosto, politiche alla rovescia di quelle fondate sul prelievo. Politiche volte a invogliare i privati a investire direttamente in attività produttive, non a congelare i loro entusiasmi. Insomma, politiche che liberino la ricchezza dai lacci burocratici dintralcio alla libertà d’impresa e dai pesi fiscali dostacolo al suo uso dinamico nell’economia reale. Un “fisco alla rovescia”, appunto, che sia pungolo dell’economia, piuttosto che freno.

Con un fisco completamente nuovo, ispirato alle libertà, unito a investimenti pubblici e privati in infrastrutture, digitalizzazione del lavoro, dell’istruzione e delle comunicazioni; unito a investimenti in ricerca, energia, robotica, made in Italy, trasporti e manutenzione del territorio e dell’ambiente; unito a riforme radicali e di sistema del diritto, dell’amministrazione e della giustizia; unito a politiche economiche liberali, la risalita sarà assicurata. Se faremo tutto questo, con coraggio e guardando oltre, l’Italia ce la farà!    

(*) agiovannini.it