Italia trattata al pari del cliente di una finanziaria

Tutte le dichiarazioni che si stanno susseguendo in queste ore sulla possibilità di immettere denaro nei singoli sistemi finanziari dei Paesi membri dell’Unione europea fanno pensare alle pubblicità delle varie finanziarie legate alle case automobilistiche. In occasione dell’acquisto di un’automobile a chiunque sarà capitato di ottenere un cospicuo sconto se si fa ricorso al finanziamento proposto dalla concessionaria. Ma come, un tempo era il contrario: se si pagava “in contanti” si beneficiava di un trattamento di favore, se si sceglieva la rateizzazione il prezzo rimaneva quello del listino di Quattroruote. Ora no, allettati dallo sconto pubblicizzato a caratteri cubitali su autobus e quotidiani, ci si reca in concessionaria convinti dell’occasione ma si scopre che il beneficio è valido solo se ci si affida al finanziamento di volta in volta proposto dalla casa automobilistica collegata alla finanziaria di turno. Con l’attuale costo del denaro, infatti, il guadagno deriva più dagli interessi del prestito che dal margine di vendita dato dal listino dell’auto.

L’auto quindi viene acquistata, pensando pure di aver fatto un buon affare, salvo poi per l’acquirente restituire la somma alle condizioni pattuite previe accertate garanzie. Spostando l’attenzione in quello che sta avvenendo in Europa adesso più o meno accade la stessa cosa. La pubblicità declama che “salta il tetto del 3 per cento tra deficit e Pil, che consentirà ai Governi di pompare nel sistema denaro finché serve”. È una buona occasione per i Governi ad una sorta di rincorsa a chi concede più sostegni. La Germania ad esempio ha precorso i tempi e, senza prece, ha anticipato un’immissione di 550 miliardi, poi divenuta di 800. Su questa cifra su cui neppure i giornali locali hanno precisato con quali strumenti la somma sarebbe stata iniettata (mediante la Banca pubblica di sviluppo, spostamento di capitolo di bilancio, prestiti, bond, mutui) politici meno accorti si sono sbizzarriti affrettandosi a paragoni sostenuti dalle più svariate ipotesi. Nessuno ha convinto e il mistero resta. Ieri la notizia della sospensione per la prima volta del Patto di stabilità annunciata con l’enfasi dello sbarco sulla luna e recepita con pari entusiasmo.

Il fatto che ora si possa superare il parametro del 3 per cento deficit-Pil in concreto non cambia nulla, elimina solamente la preghiera alla Commissione europea con cui il Paese in difficoltà è fino ad oggi costretto a ricorrere per sforare. Tutto il resto rimane invariato. Preghiera o no, le somme andranno restituite e se non si potrà onorare il debito verranno attivate le clausole di garanzia che consuetudinariamente legano il debitore al proprio creditore. Ovviamente il Paese più penalizzato dall’allettante proposta Finanziaria sarà l’Italia che dal momento dell’aumento dei tassi causati dal divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro con conseguente aumento esponenziale del debito pubblico (1981, Bot che garantivano il 20 per cento di interessi), è ora esposta per circa 2400 miliardi pari al 135 per cento del Pil.

Tradotto in soldoni significa che ogni mattina, al cappuccino, dobbiamo essere consapevoli di esborsare 178 milioni di interessi alle banche collegate alla Banca centrale europea. A differenza di altri Paesi che accederanno al cosiddetto “bazooka di denaro” in surplace all’Italia non restano che i gioielli di famiglia e risparmi privati su cui in molti hanno buttato l’occhio da tempo.