La campagna per l’impeachment di Donald Trump non è iniziata qualche giorno fa quando il presidente della Camera dei rappresentanti, Nancy Pelosi, ha annunciato un’indagine che probabilmente condurrà ad accuse formali contro di lui in autunno, ma è cominciata il 20 gennaio 2017, giorno in cui Trump è stato eletto 45esimo Presidente degli Stati Uniti d’America. Quando Hillary Clinton ha perso le elezioni, il procuratore speciale Robert Mueller insieme a una manciata di alleati della Clinton ha indagato per due anni Trump cercando di dimostrare la sua collusione con la Russia ma senza trovare un briciolo di prova. Ora la campagna sta continuando con un’altra versione del Russiagate, ridicolo tentativo di abbattere un presidente che non fa parte del club corrotto dell’establishment e le cui rinnovate molestie ora mirano principalmente a indebolirne la rielezione e promuovere quella di un avversario democratico. Senza entrare nel merito della questione, l’importante è sapere che l’impeachment non è un processo legale, ma politico. Se la Camera vorrà denunciare Trump, lo farà, in barba a qualsiasi argomento tecnico in favore dell’imputato.

Nella recente storia americana ci sono due precedenti di impeachment: contro Richard Nixon e Bill Clinton. Il primo iniziò nel 1973 e si concluse nel 1974 con le dimissioni del presidente per evitare che fosse condannato per ostruzione alla giustizia. Il secondo mise Clinton sotto accusa nel 1998, ma il presidente fu assolto nel 1999 dall’accusa di aver ostacolato la giustizia. Nei due casi di impeachment, come reagì il mercato azionario rappresentato dal Dow Jones e l’S&P 500, i due più importanti indici mondiali?

Durante il processo a Nixon, nel periodo 1973-1974, il Dow Jones perse complessivamente quasi il 50 per cento mentre l’S&P 500 perse il 42 per cento. Durante il processo a Clinton, svoltosi nel periodo 1998-1999, gli stessi indici, invece, guadagnarono rispettivamente il 30 e il 52 per cento. Perché questi opposti risultati? Perché c’è una regola empirica: scandali, disordini politici o fenomeni di carattere affine mai cambiano le tendenze in atto ma le amplificano. Gli anni Settanta, infatti, furono il periodo della crisi petrolifera e della stagflazione e il processo a Nixon non fece altro che accentuare il calo delle Borse, senza esserne la causa principale. Allo stesso modo, verso la fine 1999, al termine del processo a Clinton le Borse si impennarono fino a creare la famosa bolla tecnologica.

Quindi l’impeachment non fa altro che rafforzare un trend esistente. Ma cosa può accadere ora, nel contesto attuale, in cui Trump sta per affrontare un processo in vista di un’elezione controversa, con un mercato sempre vicino ai massimi di tutti i tempi ma che sembra barcollare e con gli indicatori di recessione che stanno iniziando ad allinearsi in un clima di tensione e incertezza creata dalla disputa commerciale tra Stati Uniti e Cina?

Vediamo le Borse. Nonostante una certa volatilità del mercato azionario dovuta in gran parte alla guerra commerciale, il Dow Jones è salito da 18.529, quotazione del giorno precedente l’elezione di Trump, fino all’attuale di circa 26.800. È un guadagno di quasi il 50 per cento in 34 mesi mentre, in questo stesso periodo, l’S&P 500 è passato da 2037,41 a 2979,39, guadagnando il 45 per cento. Quindi se la regola empirica sopra enunciata è vera, come crediamo che lo sia, le Borse dovrebbero ulteriormente migliorare. Infatti, diamo uno sguardo all’economia. La disoccupazione si avvicina ai minimi da 50 anni. La disoccupazione afroamericana e ispanica è ai minimi storici. La partecipazione delle forze di lavoro è costante dopo la caduta durante gli anni di Barack Obama. L’uso dei sussidi alimentari è in calo. I prezzi delle case sono aumentati. L’inflazione è sotto controllo. I salari reali hanno mostrato miglioramenti rispetto al decennio passato. L’economia degli Stati Uniti appare particolarmente forte se confrontata con i principali partner commerciali come Regno Unito, Francia, Italia, Giappone e Germania. Anche la Cina sta rallentando drammaticamente mentre gli Stati Uniti sembra continuino a funzionare come un motore abbastanza affidabile.

Ma dietro tutto questo sipario statistico, c’è qualche motivo di preoccupazione. La produzione industriale sta diminuendo, sia su base mensile che annuale. La curva dei rendimenti, che è un indicatore di recessione storicamente affidabile, è invertita in alcune sezioni. Nessuno di questi indicatori sta scendendo a livelli estremi. Nessuno fa pensare a una recessione nel breve periodo, ma Trump dovrebbe guardare al traguardo del 2020 con apprensione. La Federal Reserve ha tagliato i tassi due volte da luglio e il problema è che la politica monetaria agisce con un ritardo di 12-18 mesi. L’ultima volta la Fed ha alzato i tassi a dicembre del 2018. Inoltre aveva alzato i tassi più volte in precedenza. Quindi si stanno ancora avvertendo gli effetti del precedente ciclo espansionistico. L’attuale espansione (lunga 123 mesi) è la più lunga della storia degli Stati Uniti ma anche la più debole in quanto non mostra nessuna tendenza che faccia pensare a un boom, mentre il rallentamento globale aggravato dalla guerra commerciale, già incontrollabile, potrebbe provocare panico e recessione.

In definitiva, se nei prossimi 13 mesi Trump riuscirà ad evitare una recessione avrà un’ottima possibilità di essere rieletto. Non bisogna dimenticare che era stato premiato dall’elettorato, in gran parte, per aver promesso un’America migliore. Ma è ancora lontano dall’obiettivo. Come andrà l’economia, così andrà Trump. Un impeachment accompagnato da una recessione sarebbe per lui devastante e indurrebbe gli elettori a credere a qualche candidato democratico che promette pasti gratis indiscriminati. Per esempio a una Elizabeth Warren che sarebbe la più grande beneficiaria dell’impeachment e della crisi. Ma con questa donna presidente, allora sì che le Borse crollerebbero e non solo!