Il tema del denaro, del suo uso e del suo abuso, ovvero di quel male che Dante condannava ai gironi infernali per gli avari e che molto dopo Ezra Pound attribuisce invece agli usurai, facendo parte della storia dell’umanità lo ritroviamo spesso ritratto in dipinti del XV e del XVI secolo in area fiamminga.

Ne ricorderò due, forse i più noti anche a coloro che solitamente evitano l’arte, che sono simili e realizzati a pochi decenni di distanza l’uno dall’altro e hanno il medesimo soggetto. Il primo è di Quentin Metsys, s’intitola Il cambiavalute e sua moglie, ed è un olio su tavola risalente al 1514, oggi custodito al Louvre di Parigi. Il secondo, che reca il medesimo titolo, è invece di Marinus Van Reymerswaele, anch’esso un olio su tavola, ma è del 1539 ed è esposto al Museo del Prado a Madrid.

Entrambe le scene rappresentate sono simili, e probabilmente lo sono da secoli. Ovunque sul tavolo sono sparse monete, calibri, pesi, scarselle e vari oggetti d’uso comune che però denotano lo status di ricchi borghesi dei due coniugi. È il momento storico in cui in Europa, alla nobiltà feudale va sempre più sostituendosi la ricchezza mercantile e dunque la grassa borghesia sta scalzando l’aristocrazia dai centri di potere. Questi dipinti, così come tutti gli altri dello stesso tipo, sono la denuncia dell’epoca contro l’avidità di speculatori, di banchieri, d’usurai e di esattori delle tasse.

Sono trascorsi cinquecento anni circa e, mutata la società, questo tema è rimasto praticamente invariato. Allora si pesavano le monete per evitare che fossero “tosate”, ovvero limate ai bordi per ricavarne polvere d’oro o contraffatte del tutto, mentre oggi si vuole apocalitticamente eliminare il contante per favorire soltanto l’uso delle carte di credito elettroniche e la cosiddetta moneta digitale con l’inganno di voler attuare una lotta all’evasione.

“Inoltre obbligò tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi, a farsi mettere un marchio sulla mano destra o sulla fronte. Nessuno poteva comprare o vendere se non portava il marchio, cioè il nome della bestia o il numero che corrisponde al suo nome. Qui sta la sapienza. Chi ha intelligenza, calcoli il numero della bestia, perché è un numero d’uomo; e il suo numero è seicentosessantasei”. Apocalisse 13,16-18.

Più le cose cambiano, più restano le stesse. Nelle Fiandre del XVI secolo era la cupidigia di un cambiavalute, quello che oggi sarebbe uno strozzino, un “cravattaro” direbbero a Roma o – nella migliore delle ipotesi un “Compro Oro” – a lucrare salati interessi sul debito delle persone. Oggi è lo stesso Stato italiano che interviene con le tasse più assurde al limite dello sciacallaggio perpetrato sistematicamente sulle carni del cittadino. Al ricco borghese di provincia, con il suo bancone di legno ingombro di piastre e fiorini, oggi si è sostituito il governo, con leggi create apposta per impoverire sempre di più il popolo e favorire d’altro canto i grandi gruppi bancari e assicurativi, in un sistema consortile con la politica più indecorosa possibile degli ultimi cento anni. E se qualcuno tra voi sta pensando gli stessi nomi ai quali sto pensando io, allora siamo sulla buona strada.