Il nodo del costo del lavoro

Nel suo contestatissimo intervento del Prof Conte alla Camera dei Deputati per il voto di fiducia, il premier ha elencato i famosi punti del “programma di Governo” che andrà a costituire la “politica generale del Governo della Repubblica per il proseguo della XVIII legislatura. Tra i vari passaggi, ce n’è uno sul quale non ci pare che si levasse una voce forte in dissenso e che pur tuttavia ci appare tanto eclatante quanto inconsistente. Tra le tante iniziative da adottare in campo economico (ci domandiamo con quali soldi ?) c’è oltre l’impegno a “ridurre le tasse sul lavoro (agendo sul  “cuneo fiscale”), a totale vantaggio dei lavoratori” quello di “individuare una retribuzione giusta (cosiddetto “salario minimo”), garantendo le tutele massime a beneficio dei lavoratori, anche attraverso il meccanismo dell’efficacia erga omnes dei contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative” che va a braccetto con l’iniziativa di “individuare il giusto compenso per i lavoratori non dipendenti, al fine di evitare forme di abuso e di sfruttamento in particolare a danno dei giovani professionisti, anche a tutela del decoro della professione”.

A parte l’ideale vicinanza a tale impegno, ci si domanda se, in una economia aperta come la nostra, tale impegno possa effettivamente essere realizzato normativamente, ovvero, debba essere altra la strada, magari tenendo opportunamente conto di ciò che ogni basico manuale d’economia ci suggerisce. Bene, vediamo insieme di comprendere perché l’impegno del governo Conte, ipotizzando sempre che non si tratti di pura propaganda ma di un impegno seriamente preso davanti al parlamento ed al paese, non può essere seriamente preso in considerazione se, cose sempre di capire, si tradurrà in una leggina che imprese alle imprese un salario minimo d’ingresso, che sia al di sopra di quello di mercato. E già perché se il salario minimo fosse per avventura fissato sotto il minimo di mercato, evidentemente, ben differenti sarebbero le implicazioni economiche. E per non pensare che l’inciso sia tanto campato in aria si consideri il divario salariale tra le varie regioni italiane. Per cui se il salario minimo è tale per il nord del paese certamente non lo può essere al sud. Ma ciò equivale a parlare delle “gabbie salariali”, ovvero, un sistema di calcolo degli stipendi che secondo si potrebbe sintetizzare in “alzare i salari al Nord e abbassarli al Centro Sud”, come i pentastellati più volte hanno sostenuto.

Allora, ipotizziamo che si tratti di un salario minimo unico nazionale. La relazione tra prezzi e salari sappiamo essere diretta ed, in un sistema come il nostro di concorrenza fortemente imperfetta, ciò significa in definitiva la possibilità per l’impresa di scaricare l’aumento dei salari direttamente sui prezzi. E su questo punto c’è da scommettere che così sarà.

Bene si dirà, in tal modo si stimola la produzione delle imprese! Purtroppo le cose non stanno esattamente così. Ciò che, effettivamente, interessa il lavoratore non è il salario nominale ma quello reale e l’incremento dei prezzi vanifica il salario minimo e riporta il sistema ad una situazione di equilibrio sul livello precedente. Dunque non c’è d’aspettarsi un aumento della domanda, come molti argomentano. In effetti prima dell’aggiustamento dei prezzi, l’aumento di salari potrebbe scaricarsi sull’aumento dei consumi, ma ci sono alcune considerazioni da fare che s’incaricano di sfatare tale “vulgata”. L’essere in un mercato aperto ed in una situazione di bassa domanda ha due conseguenze. La prima è che l’aumento del reddito disponibile viene speso solo in parte su prodotti nazionali, la seconda è che, di fronte all’incertezza futura, non tutto il reddito guadagnato viene speso, ma tesaurizzato. Ciò è accaduto già con le iniziative passate adottate dal governo Renzi (i famosi 80 euro ai lavoratori) e non si vede perché le cose debbano, questa volta, andare in modo diverso. Cosi, per gli stessi motivi, anche l’iniziativa di ridurre le tasse sul lavoro (il cosiddetto “cuneo fiscale”), a totale vantaggio dei lavoratori, non sembra capace di stimolare gli investimenti privati, che evidentemente sono messi in campo non dalle famiglie ma dalle imprese. Meglio sarebbe puntare su investimenti pubblici! Ma di ciò non ce ne è traccia nel programma di governo, se non nell’impegno (anche questo alquanto generico) di ripuntare sul “Il piano Impresa 4.0” che, in effetti, qualche spunto alla crescita ha dato, e nell’intenzione dichiarata di “potenziare gli interventi in favore delle piccole e medie imprese”.

Insomma, non ci siamo. L’Italia ha necessità di una mano pubblica che guidi l’economia fuori dalla crisi e rafforzi sapientemente il mondo del credito e della finanza. Viceversa non se ne esce e, tra un paio di anni, saremo ancora qui a ripetere con insistenza la ricetta che fu keynesiana, ma anche e soprattutto di buon senso: se non ce la fa il privato deve intervenire lo Stato!