La Confsal lancia la proposta sul salario minimo

La Confsal mette in campo uno studio sul lavoro e propone la rivoluzione del salario minimo per legge. Angelo Raffaele Margiotta, segretario generale della Confederazione sindacati lavoratori autonomi, in un incontro con la stampa, sostiene che sia arrivato il momento di mettere le carte in tavola. Il quarto sindacato italiano rappresenta da sempre una voce fuori dal coro. E, a più riprese, pur nel rispetto delle altre sigle, ha marcato una netta differenza rispetto a Cgil, Cisl e Uil.

Per Margiotta, in questo contesto storico-politico, “è indispensabile approvare una contrattazione che garantisca il salario minimo. La proposta politica attuale non ci soddisfa. Non è sufficiente. Anche perché un aspetto deve essere chiaro: il salario rappresenta la dignità del lavoratore. È un tema sacro. E su questo fronte non si possono registrare posizioni conservative”.

Il segretario Confsal sostiene che la “soglia non sia negoziabile. Abbiamo 340 contratti minimi. Contestiamo il disegno di legge, a firma della senatrice Nunzia Catalfo del Movimento 5 stelle. Così com’è non è realizzabile. Non si può parlare di salario minimo orario legale senza considerare norme più stringenti per contrastare fenomeni patologici. La Confsal chiede di dare forza di legge ai Contratti nazionali di lavoro di riferimento contrastando concretamente il dumping salariale attraverso una contrattazione di qualità, che preveda la costituzione di una commissione formata dalle parti sociali che abbia la funzione di rilasciare ai contratti collettivi depositati presso il Cnel un attestato di conformità ai requisiti di legge”.

Per Margiotta, “una legge sul salario minimo legale è necessaria. Ma pretendere di attuarla a costo zero per lo Stato, senza cioè intervenire con la leva fiscale ma scaricandone gli oneri sulle imprese, significa ignorare l’impatto economico devastante che esso avrebbe su molti settori economici. Per la Confsal l’introduzione per legge di un salario minimo legale vuol dire stabilire: una soglia retributiva iniziale non negoziabile; un reddito equo atto a configurare la dignità economica che deve discendere dal lavoro; ridurre la moltitudine di minimi salariali di riferimento che sono troppi e segnano spesso incomprensibili differenziazioni retributive”.

Secondo Margiotta, “per il lavoratore cambia poco, ma per le aziende cambia tutto: l’adeguamento a 8 euro, anziché a 9 euro lordi, riduce a poco più di un terzo sia la platea sia l’onere aziendale per dipendente, portando il costo della riforma a livelli senz’altro sostenibili e accettabili. Nel contempo, l’estensione della no tax area dagli attuali 8mila a 16mila euro porterebbe congrui benefici salariali a tutti i lavoratori che oggi già percepiscono 8 euro lordi e oltre. La proposta di 8 euro orari lordi (esentasse) non deve sembrare una proposta al ribasso, in quanto essa risulta una misura sicuramente equa sulla base del confronto con elementi di riferimento nazionali ed europei: è certamente al di sopra della soglia che contraddistingue le posizioni lavorative a bassa retribuzione (low pay jobs)”.

Il segretario lancia una stoccata al governo: “Prima dobbiamo togliere la tassa sulla povertà e dopo ci occupiamo di Flat tax. Al momento il lavoro povero e le basse retribuzioni pagano le tasse di tutti. È arrivato il momento di dire basta. È una questione di principio non più negoziabile”.

Per Margiotta, “una riforma del salario non può essere disgiunta da un indispensabile intervento in materia fiscale come l’estensione della No Tax Area, attraverso il quale impegnare in modo equo una prima tranche di risorse. In altre parole si tratta di prevedere un’aliquota zero che deve obbligatoriamente costituire il primo step dell’annunciata riforma per la riduzione del carico fiscale denominata Flat tax. Senza l’aliquota zero, una riforma fiscale, anche con due aliquote semi-piatte (15 e 25 per cento), risulterebbe una beffa per i redditi più bassi, che avrebbero un beneficio di poche centinaia di euro annui”.