Usa contro Cina: fine della globalizzazione?

Tenere traccia di tutti i pezzi di questa guerra fredda tra Usa-Cina che sta diventando sempre più fredda, tra poco diventerà un lavoro a tempo pieno. Da maestro dell’escalation, Donald Trump, dopo l’imposizione dei dazi su una gamma di prodotti cinesi, ha alzato la posta decidendo di fare un'altra mossa che sconvolgerà non solo il settore tecnologico ma l’ordine mondiale. Dichiarando lo stato di emergenza nazionale, Trump ha emesso l’executive order che impedisce alle società statunitensi di utilizzare apparecchiature di telecomunicazione della Huawei, il più grande operatore mondiale di telecomunicazioni e delle settanta sue affilate in quanto rappresentano un pericolo per la sicurezza nazionale. Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha infatti accertato che la Huawei, oltre a aver violato le sanzioni americane contro l'Iran, ha rubato segreti commerciali a concorrenti statunitensi. Inoltre questo operatore, che come tutte le grandi aziende è controllato dal governo cinese, pare che riceva finanziamenti dai servizi di intelligence. Se le cose stessero così la "corporate strategy" di Huawei sarebbe semplicemente la strategia dei servizi di intelligence della Cina.

Google, rispettando la decisione del suo governo, limiterà l'accesso di Huawei ai suoi servizi e non collaborerà con la società cinese al lancio di nuovi dispositivi o all'aggiornamento di quelli esistenti. Microsoft ha rimosso i laptop Huawei dagli store online e fino a quando Trump non fornirà ulteriori linee guida, i produttori statunitensi di chip, tra cui Intel, Qualcomm e Broadcom, non forniranno più componenti a Huawei. Gli Stati Uniti stanno anche spingendo altre nazioni come Canada, Australia, Nuova Zelanda a far cessare l'uso della tecnologia Huawei nelle loro reti 5G, mentre i principali operatori britannici e giapponesi di telefonia mobile hanno, per ora, ritardato il rilascio dei telefoni 5G realizzati dalla società cinese. Se la messa al bando venisse applicata in modo rigoroso, Huawei verrebbe paralizzata in quanto i suoi telefoni e dispositivi di rete si basano su componenti americani.

L’agenzia di stampa Bloomberg critica la decisione di Trump come “sproporzionata e imprudente” (Trump’s Huawei Attack Is a Serious Mistake, 20 maggio 2019). Ma, in tutta franchezza, quale paese si assumerebbe la responsabilità di incorporare nelle proprie reti una tecnologia che potrebbe renderlo vulnerabile allo spionaggio e, in caso di conflitto, al sabotaggio? Sarebbe irresponsabile ignorare che Huawei è emanazione di un governo sempre più autoritario che usa il potere tecnologico per la repressione. Si immagini di avere il controllo dei dati relativi all'infrastruttura per la gestione dei trasporti, reti elettriche, aziendali, energetiche, gasdotti ecc. di un paese...e della possibilità di attivare e disattivare tali sistemi a piacimento. La realizzazione delle reti 5G di Huawei in nazioni straniere fornirebbe ai cinesi proprio questo tipo di potere: mandare in tilt interi paesi. 

Gli Stati Uniti recherebbero un danno enorme e immediato a Huawei impedendole di installare reti anche in Europa e Asia ma si alienerebbero gli alleati per il semplice motivo che il consumo totale di tecnologia in Cina supera quello di Stati Uniti, Europa e Giappone messi insieme e una pletora di società tecnologiche perderebbero affari enormi nel caso venissero bandite dalla Cina per ritorsione. È probabile inoltre che la Cina possa raggiungere l’autonomia tecnologica che oggi non ha e sostituire i fornitori statunitensi con i propri o altri in Asia, ciò che del resto è già successo nel 2015 quando gli Stati Uniti vietarono a Intel di esportare in Cina i processori Xeon destinati ai super computer. La Cina sviluppò i propri in un anno mettendo fuori mercato quelli della Intel. 

Che succederà nel'incontro del G20 del 28-29 giugno in Giappone? Va detto innanzi tutto che nei negoziati commerciali è cambiata la dinamica politica. Fino a un mese fa, sembrava che i presidenti Trump e Xi Jinping, avessero entrambi forti incentivi a concludere un accordo. Ora sembra il contrario. Trump ritiene che la sua posizione politica tragga più beneficio dalla linea dura con la Cina che da un accordo suscettibile di attacchi da parte del suo stesso partito e di quello democratico. Con un’economia americana percepita come forte e un trend rialzista del mercato azionario, Trump si sente al sicuro. D’altro canto, Jinping, non può stipulare accordi che diano l’impressione di una capitolazione totale di fronte alla lunga lista di richieste americane e non ricavare vantaggi per il proprio paese. Inoltre poiché l'economia cinese è ancora abbastanza forte, Jinping pensa di poter rischiare un esito senza fare accordi. Pertanto ci sono poche possibilità di un compromesso prima dell'incontro del G20 ma anche durante e dopo, col rischio che gli attriti commerciali diventino acuti, il divario incolmabile e che i dazi americani diventino permanenti con l’aggiunta, forse, di prelievi supplementari su altre importazioni dalla Cina.

In ogni caso questa guerra commerciale spingerà sempre più nella direzione opposta alla globalizzazione, il che significa che la Cina, costretta a cessare la propria dipendenza dai produttori statunitensi, si precipiterà sviluppare la propria tecnologia di chip e semiconduttori e si avranno, nel mondo, due poli tecnologici distinti attorno ai quali nasceranno nuovi equilibri. La competizione tra Cina e Stati Uniti aumenterà, e forse altre nazioni ne seguiranno l'esempio e, data l'importanza delle reti 5G nel prossimo futuro, potremmo vederle sviluppare autonomamente le proprie reti piuttosto che affidarsi a quelle di società straniere. Quello che non è ancora chiaro è fino a che punto ciascun paese si spingerà in questa guerra di logoramento. Mentre è invece chiaro che la brusca frenata della globalizzazione porterà a dolorosi cambiamenti economici per tutti. È il modo ricorrente in cui l'economia liberandosi del passato affronta la crescita futura. No pain, no gain.